Economia

Crisi e Covid, in Umbria cresce il numero dei giovani sfiduciati: non studiano e non cercano lavoro

I dati, le cause e soprattutto il confronto con le altre regioni e i giovani d'Europa. Il fenomeno dei Neet è un campanello d'allarme che non deve essere sottovalutato

Nel 2020, in Italia tornano a crescere in maniera preoccupante i giovani Neither in Education or in Employment or Training (Neet), ossia tutti quei giovani che non sono impegnati nel ricevere un'istruzione o una formazione, non hanno un impiego né lo cercano, e non sono impegnati in altre attività assimilabili, quali ad esempio tirocini o lavori domestici. La sigla Neet è stata usata per la prima volta nel luglio 1999 in un report della Social Exclusion Unit del governo del Regno Unito come termine di classificazione per una particolare fascia di popolazione, di età compresa tra i 16 e i 24 anni. In seguito, l'utilizzo del termine si è diffuso in altri contesti nazionali, a volte con lievi modifiche della fascia di riferimento: in Italia, ad esempio, l'utilizzo come indicatore statistico si riferisce, in particolare, a una fascia anagrafica più ampia, la cui età è compresa tra i 15 e i 29 anni, anche se in alcuni usi viene ampliato per i giovani fino a 35 anni, se ancora coabitanti con i genitori. In base ai recentissimi dati dell’Istituto nazionale di statistica (Istat) i Neet sono saliti a 1.112 milioni nella fascia d’età 15-24 e a 3.085 milioni in quella 15-34.

Tra le regioni, nella fascia d’età 15-24 l’incremento maggiore dei giovani Neet lo registrano Marche (+26,3%), Lombardia (+25,9%), Molise (+21,4%) e Liguria (+20,3%), mentre l’incremento medio a livello nazionale è del 5%. Da registrare il calo registrato nel Mezzogiorno (-2,9%), con la Sardegna che mostra il decremento più forte (-12,8%), seguita da Friuli Venezia Giulia (-8,9%), Calabria (- 8,6%) e Abruzzo (-5,6%). Ma se si guarda alla fascia d’età 15-34 la situazione, se rispetto alla fascia 15-24 non cambia a livello nazionale nel trend di crescita (+4,9%), muta invece a livello di regioni. È infatti l’Umbria la regione che mostra l’incremento più forte dei Neet nella fascia 15-34 anni (+25%), seguita da Trentino Alto Adige (+22,8%) e Lombardia (+20%), mentre il Mezzogiorno evidenzia una contrazione (-0,9%), anche se inferiore a quella registrata nella fascia d’età 15-24. Tuttavia anche all’interno di una singola regione possono esserci significative differenze. Nelle grandi città inoltre si possono registrare delle disparità significative anche tra un quartiere ed un altro.

I dati sull’aumento dei Neet nella fascia d’età 15-34 evidenziano quanto emerso nel corso del 2020 dai vari Rapporti congiunti Istat, Anpal e Inps sul mercato del lavoro, dai quali emerge che, in generale, sono stati i giovani insieme alle donne i più penalizzati dal calo senza precedenti dell’occupazione registrata nel 2020 (-426mila posti di lavoro, con l’incremento di 567mila inattivi). Un calo avvenuto nonostante il blocco dei licenziamenti e che ha colpito le posizioni più fragili, nella maggior parte contratti a termine, in cui i giovani sono più numerosi. Fa infatti impressione notare che, nel 2020, la percentuale di giovani Neet tra gli uomini (21%) è di 8,3 punti percentuali inferiore a quella delle donne (29,3%), in peggioramento rispetto alla già grave situazione del 2019 (i Neet tra gli uomini erano il 7,9%, tra le donne il 27,9%, con un divario di 8 punti percentuali). 

In pratica, quasi una giovane su 3 nella fascia 25-34 anni non studia, non lavora e non fa formazione, rispetto a un rapporto di 1 su 5 tra gli uomini. Le percentuali più elevate di giovani Neet tra le donne le presentano Sicilia (45,7%), Campania (43.5%) e Calabria (41,1%), con valori di molto superiori alla media nazionale (29,3%). I valori più bassi di giovani Neet tra le donne 15-34 anni, invece, in Trentino Alto Adige (19,7%) e Valle d’Aosta (19,9%). Il divario di genere, invece, non solo sparisce ma diventa addirittura leggermente a favore delle donne se si guarda alla fascia d’età 15-24, dove nel 2020 i Neet sono il 19,1% tra gli uomini e il 18,8% delle donne (con un divario a favore di queste ultime di 0,3 punti percentuali). Ciò significa le donne studiano e fanno formazione quanto e più degli uomini, ma poi quando si tratta di accedere al mercato del lavoro vengono tagliate fuori, subendo una grave penalizzazione. Un vero e proprio tradimento di impegni e speranze e non solo nel Mezzogiorno, se si considera che il divario di genere più alto nel 2020 lo troviamo come visto nel Nord (8,3 punti percentuali, con il record nel Nord-Est, -11 punti percentuali).

Un fenomeno di forte impatto sociale e che pone una seria ipoteca sullo sviluppo del Paese proprio quando si è aperta una fase nuova - per certi versi rivoluzionaria – dei driver della crescita con la digitalizzazione a fare da traino e che richiede competenze diverse e più larghe rispetto al passato. L’emergenza legata al coronavirus, secondo l’Osservatorio, realizzato da Con i Bambini e Openpolis nell’ambito del Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile, ha ulteriormente accentuato le differenze tra coloro che godono di ampie opportunità dal punto di vista socio-economico e chi invece queste opportunità non le ha. In questo contesto, l’istruzione rappresenta un fondamentale strumento per l’emancipazione, specie per quei giovani che provengono da contesti familiari disagiati. Quando però le opportunità offerte da un territorio sono più limitate, sia a livello educativo che di futuro inserimento nel mondo del lavoro, possono verificarsi situazioni come quella dei neet. Si assiste, inoltre a un forte calo di iscrizioni all'Università, soprattutto negli atenei del Sud Italia, che riguarda, in modo particolare gli studenti provenienti dall'istituto tecnico. 

bncaccompagnata da una diminuzione della concezione dell'istruzione come ascensore sociale. A scoraggiare l'iscrizione all'università è anche il sistema delle tasse universitarie, a causa delle aliquote pesantemente progressive basate sull'Isee che si riferiscono al nucleo familiare d'origine: viene infatti presa in considerazione la famiglia convenzionale in cui vengono sommati i redditi dei genitori, anche se considerati in un autonomo stato di famiglia.

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