Il grido di Cna Umbria dopo il decreto Conte: "Inaccettabile: qui si chiude tutti. Non si rendono contro del rischio sociale"

Lo studio dell'associazione: 50mila posti di lavoro da subito a rischio, oltre il 25 per cento delle aziende e negozi chiusi anche dopo il 4 maggio. "Tutti devono riaprire il 4 maggio prossimo"

Anche gli artigiani di Cna si uniscono al giudizio di Confcommercio sul nuovo decreto Conte. Nessuno meglio di loro si rende conto che lo tsunami economico - in parte già arrivato anche in Umbria - rischia di cancellare gran parte delle imprese e tanta occupazione senza una Fase 2 vera, ragionata e con aperture per tutti seppur con il massimo impegno in fatto di tutela della salute pubblica. La grande paura per Cna non viene solo dalla parole del Presidente - "inaccettabili" - ma dalla carta ufficiale quella utilizzata per mettere nero su bianco la visione e le norme del Governo. Il calendario per le riaperture dei vari settori... è annunciato ma non scritto. Non c'è accordo? Non c'è il via libero dell'ormai terza camera d'italia - il comitato scientifico, ad oggi con più poteri di Camera e Senato? Roberto Gianelli, direttore di Cna Umbria, a nome di tutte le aziende associate, ha smontato gran parte del decreto nazionale ed ha pre-annunciato chiusure di massa per via dei provvedimenti sbagliati e dei ritardi colpevoli nel prendere decisioni. 

“Inaccettabili, letteralmente inaccettabili" ha ruonato Gianelli "Non troviamo altri termini per definire le dichiarazioni di ieri sera del Presidente del consiglio, che ancora una volta rinvia a un calendario ipotetico, del quale peraltro non c’è traccia nel decreto emanato, la riapertura di alcuni settori, tra cui il piccolo commercio al dettaglio e soprattutto i servizi alla persona. Dire ad un’impresa, indipendentemente dal settore in cui opera, che potrà riaprire a partire dal diciotto maggio oppure, ancor peggio dal primo giugno, equivale a una condanna certa di chiusura.” Lo studio di Cna alla luce delle scelte nazionali è drammatico: le attività che in Umbria saranno costrette a restare chiuse anche dopo il 4 maggio sono circa 20mila, il 25% del totale, con il rischio di perdere circa 50mila posti di lavoro tra titolari e dipendenti. Alla paura per il contagio e allo stress per la reclusione in casa che perdura da oltre un mese, in queste ore si sta diffondendo il timore di non riuscire a riaprire fra un mese.

“Tanti imprenditori, con le loro famiglie e i loro dipendenti, non possono permettersi il lusso di continuare a vivere senza lavorare. Come è possibile che non si capisca che, essendo ormai chiaro che con questo virus dovremo convivere almeno fino a quando non sarà trovato un vaccino, la qual cosa potrebbe richiedere anche più di un anno, l’unica cosa sensata da fare è quella di individuare il modo di tornare a lavorare limitando al massimo le possibilità di contagio? Non esistono altre strade, bisogna solo applicare i protocolli di sicurezza già predisposti alle varie tipologie di attività". 

"Il Governo ci sembra che non si stia rendendo conto dei rischi sociali, oltre che economici, di questa decisione. Mentre molti Paesi, anche in Europa, sono riusciti a contenere i contagi e le morti senza distruggere il proprio tessuto economico, da noi l’unica strategia che si continua ad attuare, a due mesi dall’inizio dell’emergenza, è quella di bloccare l’Italia. Ancora non sono chiare le strategie concrete di contenimento del contagio, su come riprendere a vivere, su come tornare a produrre, a far circolare liquidità. Dopo il ricorso alle tante task force, è arrivato il momento di scelte che permettano di coniugare il lavoro con la tutela della salute". 

Per l’Italia si profila una perdita di oltre l’8% del PIL e un aumento del debito pubblico oltre il 150%. Finora le imprese costrette a stare chiuse al massimo hanno ottenuto una sospensione delle tasse anziché una loro riduzione. Le imprese del benessere chiuse dall’11 marzo già stimavano una perdita sul fatturato annuo di oltre il 40% per gli acconciatori e di oltre il 70% per le estetiste, che proprio nei mesi di marzo, aprile e maggio quelli vedono concentrarsi la massima richiesta di servizi nell’estetica. 

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"Non parliamo invece della possibile perdita che potranno subire tutti i piccoli negozi commerciali, a partire da quelli dell’abbigliamento, se salterà la stagione estiva. Nessuna delle nostre imprese sta chiedendo di riprendere a lavorare come se nulla fosse, sono consapevoli del problema e pronte ad adottare tutte le precauzioni indispensabili per la tutela della propria salute e di quella di dipendenti e clienti, ma nessuna di loro è in grado di resistere al blocco totale dell’attività per un altro periodo di tempo. Il nostro appello, quindi, continua a essere quello di far riaprire tutte le imprese, senza distinzioni. Perché la protesta si potrebbe trasformare in rivolta– conclude Giannangeli”. Lo tsunami economico rischia di fare più vittime di quello del virus. E, come ribadito anche da Cna, si teme giorno dopo giorno l'esplosione di una bomba sociale. 

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