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Focus sulle cooperative sociali: una grande risorsa per l'Umbria

Sono 182 le cooperative sociali iscritte all'Albo istituito e regolamentato dalla Regione, con una media di venti ogni centomila abitanti e circa settemila addetti, per un crescente contributo allo sviluppo del sistema produttivo regionale

Il tessuto del sociale e delle cooperative che si occupano di 'Welfare' è di fondamentale importanza per la società della nostra regione, si da un punto di vista d'impatto economico sia per il lavoro di sostegno alle fasce svantaggiate della società. In Umbria sono 182 le cooperative sociali iscritte all'Albo istituito e regolamentato dalla Regione Umbria, con una media di venti ogni centomila abitanti, una in più rispetto alla media nazionale, e circa settemila addetti.

Il settore, nell'ultimo decennio, ha apportato un crescente contributo allo sviluppo del sistema produttivo regionale, resistendo meglio di altri settori alla crisi economica e dimostrando capacità di innovarsi: rispetto al 2005, il numero di cooperative sociali è aumentato del 75% (a fronte di una media nazionale del 59 per cento) con direttrici di sviluppo che non hanno interessato solo i "tradizionali" settori di operatività, come ad esempio quello sanitario e socio assistenziale, ma anche altri comparti dell'economia regionale, e in controtendenza rispetto all'andamento del mercato del lavoro ha incrementato il numero di addetti.

Questi sono solo alcuni degli elementi che caratterizzano il profilo identitario della cooperazione sociale in Umbria, così come emerge dal primo Rapporto realizzato dall'Agenzia Umbria Ricerche, su incarico della Regione Umbria, presentato oggi nel corso di un convegno a Palazzo Donini, che sarà concluso dalla vicepresidente della Giunta regionale e assessore al Welfare, Carla Casciari.

Obiettivo della ricerca, come hanno sottolineato il presidente e il direttore dell'Aur, Claudio Carnieri, e Anna Ascani, è stato non soltanto quello di aggiornare la fotografia di un settore fondamentale per il livello di 'welfare' che caratterizza l'Umbria, ma soprattutto quello approfondirne gli aspetti qualitativi, la propensione all'innovazione e le potenzialità di riorganizzazione di fronte ai radicali mutamenti di scenario che oggi mettono a dura prova l'economia sociale, fornendo indicazioni e spunti di riflessione per le nuove politiche regionali di 'welfare'.

LO STUDIO - La ricerca si è basata su una indagine di campo che ha coinvolto l'universo delle cooperative sociali regionali (65 quelle che hanno aderito sulle 149 effettivamente riscontrate) attraverso la somministrazione di un questionario, su 'focus group' e interviste con i responsabili di politiche e servizi socio-sanitari di diverse istituzioni pubbliche, sull'analisi dei bilanci dal 2008 al 2011.
"Ne emerge un settore apparentemente in salute - ha rilevato Mauro Casavecchia, responsabile Area innovazione e sviluppo locale di 'Aur' - ma che oggi è 'stretto' da diversi fattori: l'aumento della concorrenza, la drastica riduzione della spesa pubblica, più stringenti procedure per l'affidamento dei servizi. E il mercato fa emergere una nuova domanda sociale che richiede nuovo 'welfare' e alla quale le cooperative sono chiamate a rispondere con servizi, competenze, una rete più forte di relazioni locali, una maggiore cultura organizzativa e gestionale".

Alla ricerca, su base regionale, hanno partecipato 65 cooperative, dall'analisi dei questionari, a cura di Valentina Bendini, emerge che le cooperative sociali umbre si caratterizzano per elevata dimensione della base sociale ed occupazionale. Quelle di tipo A, che gestiscono servizi sociosanitari ed educativi, hanno in media 75 soci, mentre quelle di tipo B, che prevedono l'inserimento lavorativo di soggetti svantaggiati, ne hanno 58. Il socio lavoratore rappresenta oltre l'85% della base sociale delle cooperative umbre. La configurazione organizzativa sta subendo alcuni profondi cambiamenti, in particolare nelle cooperative di servizi sociosanitari ed educativi: se prevalgono i soggetti assunti con contratti a tempo indeterminato (più del 60 per cento), nell'ultimo periodo sono aumentati soprattutto i contratti part-time, che rappresentano circa il 50%, e i lavoratori ai quali è stata offerta un'occupazione a tempo determinato e quelli che operano grazie a contratti quali apprendistato, tirocinio e 'work experience'. Ciò è confermato anche dall'età media dei componenti delle cooperative di tipo A che evidenzia un certo ricambio generazionale: più del 60% del personale ha meno di 40 anni ed esiste una tendenziale volontà di assumere giovani con un elevato grado di scolarizzazione ed un'età tra i 18 ed i 24 anni.
Anche per le cooperative di tipo B, in cui prevalgono i soggetti con più di 40 anni (55%), si è rilevata una contrazione dei contratti a tempo indeterminato a favore delle nuove forme contrattuali ed una tendenza ad assumere giovani con un livello di scolarizzazione, però, più basso rispetto alle A.

Tra il 2010 e il 2011, c'è una dinamica positiva del fatturato che aumenta del 9% nelle cooperative di tipo A e del 12% in quelle di tipo B che hanno partecipato all'indagine, evidenziando "la capacità di fronteggiare gli effetti negativi della crisi e delle conseguenti restrittive politiche pubbliche di welfare". Anche questo aspetto "conferma l'elevato radicamento territoriale della cooperazione sociale umbra che tende a svolgere le proprie attività su scala quasi esclusivamente locale, in prevalenza comunale". I principali committenti sono Asl, Aziende ospedaliere e Comuni per le cooperative di tipo A; imprese e Comuni per quelle di tipo B. Quanto alle tipologie di utenti beneficiari la cooperazione sociale umbra continua a rafforzare i propri tratti identitari: le cooperative di tipo A assumono una struttura multi-servizi con una prevalenza del settore "anziani", mentre le cooperative sociali di tipo B operano nella maggioranza dei casi nel settore dei servizi, svolgendo attività considerate tipiche (quali manutenzione del verde, pulizia, facchinaggio).

La dimensione economica e patrimoniale delle cooperative sociali umbre è stata analizzata da Diletta Tancini. Il settore, in particolare, si caratterizza per l'elevato grado di concentrazione, con l'80% circa del valore e dei costi della produzione attribuibile a poco più di un quinto delle cooperative, per una discreta dinamicità, in termini di risultati economici e investimenti, e per livelli di produttività e redditività più elevati rispetto alla media nazionale. La remunerazione del fattore lavoro si conferma la voce di costo più importante, assorbendo complessivamente il 70% circa del fatturato, mentre si evidenziano in maniera preoccupante difficoltà finanziarie connesse all'allungamento dei tempi di riscossione dei crediti. Quanto ai consorzi di cooperative, escono dalla ricerca confermandosi nella loro natura di grandi soggetti, che non sono rimasti esclusi dagli effetti della crisi economico-finanziaria.

Al "fattore umano", risorsa cruciale delle organizzazioni che si occupano di attività sociali, è dedicata l'analisi di Fulvio Pellegrini. Dai risultati del questionario "si evidenzia - afferma - la persistenza, se non addirittura lo sviluppo, di un nuova area di dipendenza (lavoratori non contrattualizzati) centrata su differenti forme di volontariato e di coinvolgimento di natura formativa (work based experiences) che sembrano consentire, in maniera flessibile, il mantenimento dei volumi di attività nel tempo, anche a fronte di una riduzione dei finanziamenti,  anche se introducono fattori di ambiguità della contrattualizzazione  e rischi di precarizzazione".  Pellegrini fa il punto anche sulle trasformazioni del welfare e del rapporto tra attore pubblico e cooperazione sociale, mettendo in evidenza un quadro molto dinamico in cui le nuove esigenze di protezione, prevenzione, assistenza generano una domanda da parte dei cittadini che richiede un radicale ripensamento delle risposte, con un sistema di servizi diversamente articolato all'interno di un nuovo modello di regolazione.

Il Rapporto è stato elaborato da un gruppo di lavoro composto da Mauro Casavecchia (coordinatore generale), Antonio Picciotti (coordinatore scientifico), gli esperti Fulvio Pellegrini e Paolo Venturi; le ricercatrici Valentina Bendini, Eleonora D'Urzo, Meri Ripalvella e Diletta Tancini.

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