Economia

Settore moda in Umbria, Smacchi: "Magazzini di merce invenduta: se non riaprono i negozi, il 50% chiude"

"E poi c'è il Nodo Inail: se il dipendente si ammala, ovunque sia avvenuto il contagio, ne risponde il datore di lavoro"

L’emergenza Coronavirus e il prolungato lockdown degli esercizi commerciali sta mettendo in ginocchio le aziende del comparto della moda, settore simbolo del made in Italy e trainante del manifatturiero italiano e umbro. A lanciare l’allarme è Gianni Smacchi, presidente umbro di Confartigianato Calzaturieri e membro del Direttivo nazionale all’interno della federazione della Moda, che raccoglie le imprese del settore abbigliamento, calzaturiero, tessile, sarti e stilisti, tintolavanderie.

“I prodotti - ha spiegato il presidente Smacchi - per l’abbigliamento realizzati dalle nostre aziende hanno un andamento stagionale. Al momento del lockdown eravamo pronti a consegnare gli indumenti della stagione estiva, che ora sono tutti invenduti nei magazzini delle nostre aziende manifatturiere”. La chiusura dei negozi al dettaglio ha bloccato tutto: “I grossisti offrono di acquistare con uno sconto del 20-30% la merce invenduta nei magazzini. Le aziende hanno dunque lavorato sottocosto”. Se questa situazione si protrarrà, denuncia Smacchi, il 50% delle imprese del settore in Umbria non riaprirà. Anche perché in molti casi si tratta di terzisti, che non hanno marchi propri. E che non possono far fronte al calo di commesse.

Confartigianato lamenta le misure finora adottate dal Governo, ritenute insufficienti e spesso di difficile applicazione concreta. A cominciare da quelle contenute nel decreto liquidità: “Non è stato erogato un finanziamento alle imprese più grandi – denuncia Smacchi - . Sono stati accordati dei prestiti fino a 25mila euro, ma si tratta di una platea molto ristretta. E tra l’altro non è vero che il prestito è a tasso zero. Le banche, poi, continuano a fare la loro istruttoria”.

Smacchi valuta positivamente le misure adottate dalla Regione Umbria: “Ha consentito di raddoppiare l’importo del prestito fino a 25mila euro. Coprendo anche quel 10% di garanzia non assicurata dal Governo”.

RISCHIO INDEBITAMENTO - Ma il presidente di Confartigianato Calzaturieri mette in guardia da un ulteriore rischio: “Il finanziamento aggrava la condizione di molte aziende. Perché aumenta l’indebitamento, senza annullare le tasse. In pratica, alla ripresa dell’attività si lavorerà solo per pagare le tasse e le spese che sono state rinviate”.

LE PROPOSTE - Per questo Confartigianato continua a chiede l’erogazione di finanziamenti a fondo perduto per risollevare i settori in crisi. E l’azzeramento delle tasse per tutto il 2020. Smacchi avanza poi un’ulteriore proposta, sulla base di un’esperienza tedesca: “Dare la possibilità di detrarre dalla dichiarazione dei redditi le spese per gli acquisti di prodotti Made in Italy”.

INAL, IL NODO DEI DIPENDENTI CONTAGIATI - Il presidente umbro di Confartigianato Calzaturieri del settore Moda lancia infine l’allarme su un ulteriore problema per gli imprenditori: “Ad oggi l’Inail non ha definito nuove regole per il riconoscimento delle malattie da Covid. In pratica, il datore di lavoro risponde, anche penalmente, di tutti i dipendenti che sono stati contagiati dal Coronavirus, visto che è per lui impossibile dimostrare che il contagio non sia avvenuto in azienda. Questo, tra l’altro, rischia di mettere contro dipendenti e datore di lavoro, in un momento in cui c’è invece bisogno di tutti per rilanciare la nostra economia”.

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