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L'analisi del sociologo Luca Diotallevi sul Piano resistenza regionale (Recovery plan) e sul futuro dell'Umbria: cosa bisogna evitare

Alessandro Campi, politologo di fama internazionale, attuale Commissario dell'Agenzia Umbria Ricerche, ha voluto aprire un dibattito sul futuro dell'Umbria partendo dall'ormai famoso Recovery che porterà molti denari nelle casse nazionali e quindi investimenti sui territori. A fianco al piano nazionale, c'è anche quelli dei 45 progetti umbri che sperano di trovare un aggancio ed essere realizzati entro i prossimi anni. La scelta umbra è stata giusta oppure no? L'analisi affidata all'autorevole  Luca Diotallevi, sociologo dell’Università di Roma. BUONA LETTURA !

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di Luca Diotallevi - professore della Università di Roma

Che dire del PNRR Umbria 2021-2026? Innanzitutto che dovrà assestarsi anche in relazione alla definizione del PNRR Italia. E poi che questo dovrà avvenire in uno spirito sistemico e non gerarchico. E nel merito, che dire? Che rappresenta un passo in avanti nella direzione giusta rispetto a quanto fatto dalle precedenti gestioni, ma un passo troppo corto.

L’Umbria è una area piccola e poco popolata. Lontana da grandi centri, da secoli esposta ad un processo di lenta e costante marginalizzazione, processo acceleratosi negli ultimi decenni. Se nulla interviene, il futuro di quest’area è segnato: progressiva “meridionalizzazione” e del peggior tipo: ovvero trasformazione in un’area interna depressa e semi-abbandonata. I dati, ostinatamente negati dalle precedenti amministrazioni regionali, suonano tutti la stessa musica: da quelli demografici a quelli relativi al PIL. Il rischio è che presto l’area umbra venga semplicemente evitata o sorvolata dai flussi che contano.

L’Umbria non è una landa piatta. Non solo dal punto di vista orografico, ma anche da quello sociale. L’Umbria non è un deserto “naturale” o una palude perché ci sono fiumi, laghi e montagne, e non è un deserto “sociale” perché ci sono (ancora) almeno alcune città medie (Perugia, Terni, Foligno, ecc.). È innanzitutto nelle città, infatti, non nei borghi (per quanto carini), che la vita sociale diviene vita civile e dinamica, capace di crescita in ogni campo. L’agonia, demografica e non solo, delle residue città medie dell’Umbria è il nocciolo del declino umbro e delle sue cause. Se perde le sue città medie, l’Umbria evapora.

L’Umbria è “verde”, “blu”, “bella” … certo, ma lo è sempre meno. Costantemente si sta riducendo la sua dotazione di verde vitale, di acque buone, di arte, conoscenza e cultura vive. Non vi è ambiente o monumento o istituzione scientifica o culturale che resista al tempo ed alla accelerazione della modernizzazione senza manutenzione, e senza una manutenzione che non si limiti a conservare, ma che aggiorni ed arricchisca. La riduzione delle nascite compendia questo generale progressivo avvizzimento. Più appassisce, più l’Umbria cesserà di essere “un’altra cosa”.

Su questa base, tre sono i parametri da adottare per valutare il PNRR regionale. (1°) L’Umbria deve sventare il rischio di essere evitata o sorvolata: dunque deve tornare ad essere attraversabile ed attraversata. (2°) Per evitare di evaporare, l’Umbria deve tornare ad avere città medie attrattive (per persone, imprese, famiglie, nascite, culture, informazioni, sapere). (3°) Se appassisce (nel suo ambiente naturale, culturale ed umano), l’Umbria non sarà più alternativa. Il PNRR regionale noto da qualche giorno serve ad aumentare attraversabilità, attrattività e alternatività dell’Umbria? Oppure distribuisce ancora qualche mancia di troppo?

In questa prospettiva l’attacco del PNRR regionale è sicuramente un positivo segnale di discontinuità rispetto alla ideologia dell’Umbria mediana, consociativa e con i ponti levatoi sempre alzati, da ultimo agonizzante eppure ancora tenacemente conservatrice. Il PNRR regionale fissa infatti due priorità assolutamente adeguate: (a) riprendere a crescere – non vago sviluppo, ma misurabile crescita – e (b) riprendere ad attrarre.

Poste queste priorità, però, è la coerenza con esse delle 45 “linee di intervento” che va controllata.

Le 45 linee di intervento sono troppe. Due soli esempi. Perché due ospedali piccoli nell’area ternana (Terni, Narni – Amelia) invece che uno più grande, moderno ed efficiente, capace di potenziare la tradizionale attrattività della medicina dell’Umbria meridionale? Oppure, perché investire ancora in un aeroporto che non decolla mai (Sant’Egidio) invece che velocizzare i collegamenti con Falconara e gli aeroporti romani? Oggi, mantenere un aeroporto non abbastanza grande è uno spreco. Ci sono le risorse e gli spazi per un aeroporto che non si riduca ad un costoso status symbol? Un numero elevato di interventi comporta necessariamente una dispersione di risorse la quale a sua volta fatalmente riduce la forza d’impatto di interventi (compresi tra i 45) che invece potrebbero fare la differenza.

Le 45 “linee di intervento” in qualche caso riflettono ancora un guardare all’Umbria come se fosse un’isola. Essa è invece un’area talmente piccola e potenzialmente alla deriva che può riavere futuro solo connettendosi ai flussi vitali che sempre più spesso le corrono lontani. Per far solo qualche esempio, la vita regionale non può ignorare ciò che succede al porto di Civitavecchia, alla dorsale adriatica o ai collegamenti da Firenze a Pescara (via Terni, Rieti, Chieti), né può ignorare che difficilmente le università del centro Italia avranno futuro se non federandosi. Non si può delegare al solo governo nazionale l’intervento su quanto accade “20 centimetri oltre” il confine amministrativo della regione. Gli allacciamenti a processi virtuosi extra-regionali che potrebbero interessarci possono essere conseguiti anche attraverso accordi diretti tra diverse amministrazioni regionali e cittadine. Se vuole avere futuro, l’Umbria deve avere su sé stessa uno sguardo non locale, ma globale. Il passo del PNRR in questa direzione c’è, ma è ancora insufficiente. I ganci vanno buttati là dove c’è qualcosa cui agganciarsi, se no non servono. E i tanti modi per farlo vanno tentati tutti.

Concludendo, non si tratta del solito “bicchiere” che può essere visto “mezzo vuoto”, ma anche “mezzo pieno”. Mentre le scelte sbagliate delle vecchie amministrazioni regionali  rimasero a lungo coperte da una complessiva inerzia positiva e da quanto accumulato nel passato, scelte troppo timide, troppo poco radicali compiute oggi, intervenendo in un momento nel quale velocemente si allarga la forbice tra chi coglie l’onda della ripresa e chi la perde, rischiano di produrre risultati addirittura inferiori rispetto alle ragionevoli aspettative, rischiano di produrre insuccessi non più a lungo occultabili come in passato.

Una maggioranza in cui prevalevano i toni antieuropei si trova oggi a gestire il più generoso sforzo dell’Unione Europea per la ripresa del nostro paese e della stessa Umbria. L’autocritica che serve non è quella che si svolge sul piano delle affermazioni generiche, ma su quello delle scelte politiche. E la situazione umbra è tale che un passo piccolo fatto nella direzione giusta, anche se encomiabile rischia di non bastare.

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