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L'Umbria al bivio: o cambia o muore. Nuova indagine CNA: 40mila senza lavoro, lo stipendio mangiato dall'inflazione, 7mila aziende chiuse

I dati sono duri e crudi ma dagli artigiani arriva la scossa per rilanciare l'Umbria: un Patto sociale ed economico per rilanciare la nostra regione. Ecco da dove ripartire, ecco dove cambiare per non morire

Cosa vogliamo fare di quello che rimane dell'Umbria? Siamo al decimo anno dall'inizio della crisi e la nostra regione, le nostre famiglie, le nostre imprese non sono riuscite a recuperare tutto quello che hanno perso. L'ultima indagine della Cna parla di un'Umbria sempre più legata ad un economia da Sud-Centro che da Centro Italia. Tutti gli indicatori - tranne l'export - anche con la ripresina attuale sono sotto la media nazionale. E quello che si è perso per strada è tragico. Partiamo dal lavoro vera emergenza: il tasso di disoccupazione è passato dal 4,5% all'attuale 10,5% del 2017. Tradotto in esseri umani vuol dire: 24 mila disoccupati in più. Si arriva, sommando vecchi e nuovi, a quota 40mila tra uomini e donne che non hanno lavoro. E le prospettive sono limitate se chi deve produrre ricchezza e lavoro è sempre di meno come numero (aziende, imprese, artigiani...).

Rispetto al 2009, secondo la Cna, abbiamo 3mila aziende in meno. Per la precisione: nel 2009 erano 83mila 269 contro le attuali 80.234 (meno 3,6%). Sprofondano quelle più grandi (con più di 49 addetti ai lavori) e quelle che in teoria sono fondamentali per immettere sul mercato del lavoro più assunzioni. Il 95,7 delle aziende umbre hanno meno di 9 dipendenti. Difficile pensare di risolvere il problema della disoccupazione, se si lascia l'Umbria come sta, con l'ausilio dei tartassati artigiani di qualità dell'Umbria: da 24mila che erano ora sono 21mila (meno 13,4 per cento conto la media nazionale di meno 9 per cento). Il settore più devastato sia come artigianato che come impresa è quello dell'edilizia meno 15,7% di imprese. Anche per chi ha la fortuna - è il caso di dirlo - uno stipendio ogni mese o riesce a raccimolare la sopravvivenza con la sua partita iva il proprio potere di acquisto si è ridotto del 10 per cento su un reddito medio Irpef di 12mila euro a causa di un tasso di inflazione del 13,1% più alta della media nazionale.

Per capirsi meglio: il reddito è aumentato di 2,4% a fronte di prezzi saliti del 13 per cento. Tra stipendi e prezzi, sono quest'ultimi a volare facendo crollare dell'8 per cento i consumi delle famiglie e mettendo così in crisi commercio e alimentare. Sono questi i dati più interessanti della ricerca di Cna che chiede di ripartire da qui per ridisegnare l'economica e il sociale dell'Umbria dal 2018 in poi. Ora, subito dato che a partire dal 2015 l’economia è tornata a crescere: il Pil è aumentato del 3,2% in due anni. “Un patto per l’innovazione e la giustizia sociale in Umbria, perché se è vero che la ripresa è in atto, per tornare ai livelli pre-crisi ci vorranno anni. Troppi se pensiamo che in gioco c’è la tenuta sociale della regione”; ha chiesto Renato Cesca, presidente di Cna Umbria, commenta così il quadro emerso dall’indagine presentata questa mattina alla stampa. 

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