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DOSSIER | Umbria-resiliente: tra le regioni che hanno reagito meglio alla crisi economica dovuta alla pandemia. Ecco i motivi

Nonostante la nostra regione sia stata una tra le più colpite dalle conseguenze economiche dovute allo scoppio della pandemia si è risollevata con maggiore forza dalle difficoltà. È quanto emerge dalla recente indagine condotta da Aur, Agenzia Umbria Ricerche

L'Umbria nel 2020 ha perso 10 punti percentuali - la media nazionale è di -9 punti percentuali - nella scala della contabilità territoriale recentemente diffusa dall’Istat. Migliore del previsto è stata invece la ripresa nel 2021, stimata per l’Umbria pari a un +7,1% - leggermente superiore alla media nazionale che si attesta intorno al +6,7) - che l’ha collocata tra le posizioni più alte - per la precisione al 5° posto, dopo: Lombardia, Basilicata, Emilia Romagna, Veneto - nella graduatoria regionale. Il dato regionale è di 0,4 punti sopra la media nazionale (+6,7%) e di 1,2 rispetto a quella del centro (+5,9).  C'è un sostanziale migioramento anche per l'aumento dei consumi delle famiglie: la regione (+5,6%) fa meglio della media del centro (+5%) e della media nazionale (+5,3%). Stesso discorso per il reddito disponibile, dove il cuore verde segna un +4% contro il +3,9% del centro e il +3,7% italiano. 

L’analisi del valore aggiunto settoriale conferma la trasversalità di una crisi che, seppure abbia segnatamente colpito specifiche attività terziarie, non ha risparmiato le produzioni industriali la cui recessione, nel complesso, è stata più intensa in Umbria che nel contesto nazionale. La manifattura ha perso il 16% di valore aggiunto (-13% Italia) e a pagarne maggiormente le spese sono state le produzioni umbre di punta (alimentare, moda, metallurgia e metalli). In controtendenza il settore della chimica e farmaceutica, che cresce del 10%, a fronte invece di un calo nazionale. Il settore delle costruzioni, ove l’Umbria risulta più specializzata dell’Italia, subisce una contrazione del 9% (6% nazionale). Sul versante terziario, che ha segnato nel complesso una perdita di 8 punti percentuali sia in Umbria che in Italia, le attività più fortemente colpite dalla crisi - come gli alloggi e la ristorazione, amanche le attività artistiche, di intrattenimentoe divertimento, trasporti e magazzinaggio, commercio - hanno invece subito cali un po’ più elevati a livello nazionale. Nell’anno della ripresa economica l’industria in senso stretto recupera quasi del tutto la perdita dell’anno prima (+13%), le costruzioni fanno un balzo in avanti di oltre un terzo, i servizi nel complesso aumentano del 4% (un punto in meno che in Italia), il commercio e le attività di alloggio e ristorazione crescono del 12% (9% in Italia) e quelle finanziarie e assicurative, immobiliari e i servizi alle imprese avanzano di due punti percentuali (ne avevano persi 3 l’anno precedente). In questo quadro, il settore agricolo continua invece anche nel 2021 il suo declino (-13%, mente in Italia segna un -1%).

La crisi pandemica ha avuto riflessi anche sull’andamento dell’economia non osservata, che nel 2020 ha subito una notevole flessione, stimata per l’Italia pari a circa 175 miliardi di euro, superiore in intensità a quella occorsa sul fronte dell’economia rilevata. La riduzione del fenomeno dell’economia sommersa e di quella illegale è stata la conseguenza del rallentamento dell’attività economica e dei maggiori controlli, anche se un ruolo importante si ritiene sia stato svolto da alcune politiche per l’emersione del nero, come il Superbonus edilizio e gli incentivi ai pagamenti tracciabili (cashback e lotteria degli scontrini).

Dal 2019 al 2020 la quota dell’economia non osservata sul valore aggiunto a livello nazionale cala di un punto (dal 12,6 all’11,6%), in Umbria la contrazione è più consistente (dal 15,3 al 13,7%). Nonostante questa maggiore flessione, anche nel 2020 la regione continua a spiccare per un’alta incidenza della componente non osservata della sua economia. La parte più rilevante è attribuibile alla rivalutazione dei risultati economici sotto-dichiarati dalle imprese (7% a fronte del 5,3 nazionale), strutturalmente più bassa è quella relativa all’impiego di lavoro irregolare (4,6%, a fronte del 4,2 in Italia). Una quota residuale (2,2%) spetta all’economia illegale e alle altre componenti minori (quali gli affitti in nero). Non sono cifre di poco conto: per l’Umbria significa che nel 2020 l’economia non osservata si è attestata a circa 2,6 miliardi di euro.

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