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Mercoledì, 26 Gennaio 2022
Economia

Dossier Umbria, culle vuote e spopolamento si battono anche con l'arma degli asilo nido, ristori e sostegno alle donne-lavoratrici

Per incrementare l’occupazione femminile e contrastare la denatalità e la povertà educativa, una delle strategie intraprese è quella di potenziare l’offerta dei servizi socioeducativi. I primi tre anni di vita sono una fase determinante per la crescita e l’importanza dei fattori ambientali per lo sviluppo delle reti neurali del bambino. Assicurare un’ampia disponibilità del servizio ed elevati standard qualitativi omogeneamente diffusi su tutto il territorio nazionale diventa una priorità irrinunciabile. E’ quanto emerge dal Rapporto La finanza territoriale 2021 dell’Agenzia Umbria Ricerche.

Nel 2002 gli Stati membri dell’Unione europea (Ue) avevano stabilito di fornire un’assistenza all’infanzia per almeno il 33% dei bambini di età inferiore ai 3 anni, entro il 2010. Ad oggi solo alcune regioni del Centro-Nord superano l’obiettivo del 33% fissato dall’Ue. Nel 2019 si riconfermano – come già al 2013 – al primo posto la Valle d’Aosta, con un tasso di copertura pari a 44%, seguita a breve distanza dall’Umbria, con il 43%. Le Regioni con valore superiore al 33% diventano sette (si aggiungono, in ordine decrescente, Emilia-Romagna, Provincia autonoma di Trento, Toscana, Lazio, Friuli-Venezia Giulia). Come spesso accade, l’offerta dei servizi nonè omogenea, concentrandosi sui grandi comuni e nelle aree economicamente più sviluppate e tralasciando periferie e aree marginali.

Nella nostra regione, il tasso di copertura nel 2019 era di17,7% per gli asili nido pubblici e del 18,2% per quelli privati, raggiungendo il totale di 35,9% nella quota dei posti autorizzati sul totale dei bambini sotto i 3 anni. In particolare i posti autorizzati nei nidi a titolarità pubblica è del 49,2%. Il numero dei bambini che frequentano i nidi in Italia, pur crescente, segue negli anni un andamento non lineare. Il massimo registrato in termini di utenze si è avuto nel biennio 2010-2011. Si registra poi un calo progressivo e una lieve ripresa dal 2018 che si consolida nell’anno successivo, quando i bambini frequentatori di nidi in Italia superano le 184mila unità. L’evoluzione delle utenze dei nidi si continua a caratterizzare per la prevalente incidenza del Centro-Nord, dove nel 2019 a frequentare i nidi è circa un quinto dei bambini residenti al di sotto dei 3 anni.

Seppure in presenza di un tendenziale recupero da parte delle regioni del Meridione: tale ultimo fenomeno, considerando che il calo demografico di questa fascia di età al Sud è stato più contenuto che altrove, si presume una conseguenza delle politiche di sostegno alle famiglie introdotte nel 2016 (il cosiddetto Bonus asilo nido). In generale, la crescita delle utenze nei nidi si è riversata prevalentemente nel settore privato. In termini assoluti, le regioni settentrionali (soprattutto Liguria e Lombardia ma anche Emilia-Romagna e Veneto) segnano una progressiva diminuzione di utenze, così come l’Umbria tra le regioni centrali e la Basilicata tra quelle del Sud.

Tuttavia, tenendo conto dell’andamento demografico, è proprio nel 2019 che l’Italia tocca complessivamente la punta massima di adesione, in termini di propensione allafrequentazione del servizio: le utenze totali di quell’anno, seppure inferiori alle oltre 200 mila del 2010 e del 2011, rappresentano il 13,7% dei bambini al di sotto dei 3 anni, il valore più alto toccato nel periodo in questione, sia per l’Italia nel complesso che per molte regioni. Fanno eccezione Umbria, Calabria, Sardegna e Sicilia e la Provincia autonoma di Bolzano. La propensione regionale alla fruizione dei nidi in Umbria è stata oscillante: si passa dall’11,9% del 2007, al 22,3% nel 2010. Una lieve diminuzione nel 2011 con il 19,3%. Nel 2013 si è toccata la soglia del 13,5%. Nel periodo 2016-2019, l’oscillazione registrata si è attestata tra il 14,2% e il 15,3%. La spesa destinata ai nidi a carico dei comuni incide sulla spesa totale per il 16% circa: tale valore oscilla tra il 24% delle regioni del Centro e il 10% di quelle del Meridione, riproponendo lo squilibri accennato in precedenza. Nel 2019 i nidi, sia pubblici che privati, di cui hanno beneficiato 184.219 bambini con meno di 3 anni, sono costati alla collettività 1.452 milioni di €, di cui 1.175 a carico dei Comuni e 277 milioni a carico dei genitori. 

C’è da considerare però che le risorse unitarie a carico dei Comuni sono diffusamente aumentate negli ultimi anni: a fronte di un consistente calo demografico dei bambini al di sotto dei 3 anni, pari ad una contrazione del 19,8% su tutto il territorio, la spesa a valori costanti a carico dei Comuni è rimasta mediamente invariata, per un andamento crescente dei livelli pro capite. La spesa media per erogare il servizio nidi ammonta mediamente a 7.882€ per utente, di cui 6.380€ a carico dei Comuni. Scendendo più nel dettaglio e tralasciando le regioni a statuto speciale, si oscilla dagli 11.096€ del Lazio ai 3.178€ del Molise. In Umbria la spesa totale per bambino nei nidi totali è stata di 8.537€, di cui la parte sostenuta dai Comuni di 6.968€. Nei nidi pubblici a gestione diretta è stata di 11.104€, di cui 9.139 sostenuta dai Comuni. Nei nidi a gestione affidata a terzi la spesa media per utente è stata di 5.893€, di cui 4.443€ affidata al Comune. I nidi privati convenzionati con riserva di posti hanno avuto un bonus medio di 1.931€ sostenuti in totale dai Comuni. La spesa unitaria varia notevolmente a seconda della titolarità del servizio e del tipo di gestione. Considerando la media nazionale, risulta massima negli asili nido pubblici gestiti direttamente dai Comuni; si abbassa nel caso delle strutture a titolarità pubblica con gestione affidata a terzi e si fa minima nel caso di nidi privati convenzionati con riserva di posti. Grazie al bonus asili nido, istituito dalla legge di bilancio 2017, l’onere tariffario a carico delle famiglie viene parzialmente compensato da contributi statali erogati a rimborso delle spese sostenute. L’importo del bonus, differenziato sulla base dei valori Isee, va da 1.500€ fino a 3.000€ e rimborsa le spese effettivamente sostenute per le rette degli asili nido. Le risorse stanziate, da quest’anno confluiscono nel Fondo assegno universale e servizi alla famiglia. 

In Umbria la fruizione media del bonus nel 2019 è stata di 614€ al mese, con un tasso di copertura del 28% delle spese, per un totale annuo medio di 7.368€. Con la riforma “Buona scuola” (L. 107/2015) il servizio asili nido (0-3 anni) è stato sottratto daall’ambito assistenziale e inserito in un unico Sistema integrato di educazione e istruzione da zero a sei anni (D.Lgs n. 65 del 2017), insieme con la scuola dell’infanzia (3-6 anni), per garantire la continuità del percorso educativo scolastico a partire dalla nascita. Da quest’anno la programmazione del Fondo ha assunto una suddivisione triennale: nel 2021-2023 le risorse assegnate ammontano a 309 milioni di € per ciascuna annualità. I criteri di ripartizione del fondo hanno cercato di coniugare tutte le esigenze: mantenere i servizi educativi e le scuole dell’infanzia nei territori che hanno maggiormente investito per l’attuazione del sistema integrato e favorire il recupero del ritardo da parte delle regioni più lontane dall’obiettivo del 33% di copertura del servizio.

In Umbria l’Assegnazione provvisoria del Fondo asili nido e scuole dell’infanzia sarà di 5.336.000€. Per le aree svantaggiate è previsto un investimento pari a 2.095.000€, per un finanziamento totale: 7.431.000€. “Visto l’importante ruolo di contrasto alla povertà educativa e all’esclusione sociale riconosciuto ai nidi” – sottolineano Elisabetta Todini e Mauro Castelvecchio, ricercatori di Agenzia Umbria Ricerche (Aur) – “assicurare un’ampia disponibilità
del servizio ed elevati standard qualitativi omogeneamente diffusi su tutto il territorio nazionale diventa una priorità irrinunciabile. Paradossalmente invece le condizioni attuali penalizzano proprio che avrebbe più bisogno del servizio. La vera speranza è che il nuovo obiettivo riesca a compensare le disparità territoriali migliorando la posizione delle regioni svantaggiate senza sottrarre risorse alle realtà benchmark”.

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