Economia

Dossier Umbria, aziende e famiglie sempre più legate ai social network e big data, ma gli investimenti in tecnologie si fermano qui

Non buone notizie per quanto riguarda la svolta digitale fondamentale per il post pandemia: l’indicatore che valuta le competenze digitali all’interno della regione si colloca al di sotto del dato italiano, il più basso all’interno della Ue

L’importanza e la necessità della digitalizzazione in Italia è ormai stata chiarita dalla pandemia. Ma a che punto siamo rispetto alla media nazionale ed europea? Dal 2015 la Commissione europea elabora annualmente il Digital Economy and Society Index (Desi), un indicatore composito che sintetizza la performance digitale considerando cinque fattori: la connettività, cioè la dotazione infrastrutturale e l’utilizzo delle reti, le competenze digitali, l’offerta di servizi digitali della pubblica amministrazione, l’utilizzo dei servizi on-line da parte delle famiglie e il grado di digitalizzazione delle imprese. Nel 2020 l’Italia si trovava al 25° posto su 28 paesi dell’Unione europea nell’indicatore generale.

Nello specifico l’Umbria evidenzia ritardi piuttosto marcati su aspetti basilari della digitalizzazione di un territorio, a partire dalla copertura delle reti e dalla loro diffusione. Secondo gli ultimi dati dell’Agcom, l'autorità per la garanzia nelle comunicazioni, nel 2019 solo l’84% delle famiglie umbre era raggiunta dalla connessione a banda larga, il 56 e il 25 % di queste erano potenzialmente coperte da quella veloce e ultraveloce. Si tratta di quote inferiori di circa dieci punti percentuali rispetto ai corrispondenti dati nazionali. Al contrario il grado di connettività degli istituti scolastici nel complesso è lievemente al di sopra di quello del Paese, ma non per le scuole superiori. Anche l’indicatore che valuta le competenze digitali all’interno della regione si colloca al di sotto del dato italiano, il più basso all’interno della Ue, specie con riferimento all’incidenza di laureati in tecnologie dell’informazione e della comunicazione (Tic) e degli specialisti nelle medesime discipline sul totale degli occupati.

Riguardo all’e-goverment, cioè l'utilizzo di Internet da parte di istituzioni governative come strumento di comunicazione con i cittadini, con le imprese e tra i diversi settori dell'amministrazione, l’Umbria presenta una situazione in linea con il Paese. Alla fine del 2020 la quota dei Comuni che aderivano all’Anagrafe Nazionale della Popolazione Residente era analoga alla media nazionale (92%); quella degli enti comunali che avevano ricevuto almeno una transazione su PagoPA, sistema di pagamenti elettronici realizzato per rendere più sicuro e trasparente qualsiasi pagamento verso la Pubblica Amministrazione, era di poco superiore (58 contro 52%). Tuttavia, secondo i dati della Corte dei conti aggiornati al 2019, appena sei Comuni su dieci offrivano almeno un servizio online ai cittadini e solo il 45% garantiva servizi digitali alle imprese (rispettivamente 77 e 53% la media nazionale).

Le famiglie umbre usano internet maggiormente rispetto alla media nazionale, soprattutto per le esigenze legate al tempo libero. Superiore alla media nazionale è anche l’indicatore relativo alla digitalizzazione delle imprese. Tale risultato deriva dall’ampia adozione da parte delle aziende umbre di social network e big data; di contro l’utilizzo di software gestionali e il ricorso all’e-commerce risultano molto più contenuti che nel Paese a conferma del basso livello di investimenti in tecnologie digitali del sistema produttivo regionale, anche se, come ha dimostrato la pandemia, offrono grandi potenzialità e sono ormai imprescindibili in termini di efficienza, competitività e crescita. Tuttavia si è registrato che all’aumentare della dimensione aziendale i tassi di adozione delle singole tecnologie crescono e il divario con la media italiana si riduce, fino ad annullarsi per le
imprese medio-grandi. In Umbria la rilevanza dei settori delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione è ancora più ridotta. Nel 2018 (ultimo anno per cui al momento i dati sono disponibili) i settori Tic contribuivano per il 3,1% al valore aggiunto umbro del settore privato non finanziario, una tra le quote regionali più contenute, pari alla metà della media italiana.

Con l'insorgere della pandemia è cambiato anche il rapporto di impiego del lavoro agile rispetto a quello in sede: fino al 2019 il ricorso allo smart working in Italia è stato molto limitato. In seguito allo scoppio dell'emergenza sanitaria, la necessità di tutelare la salute dei lavoratori e di proseguire le attività produttive ne hanno indotto una rapida espansione, spinto anche da interventi normativi. Secondo la Rilevazione sulle forze di lavoro dell’Istat, l'Istituto nazionale di statistica, in Umbria tra il secondo e il quarto trimestre del 2020 la quota di dipendenti del settore non agricolo che ha lavorato almeno in parte da remoto ha raggiunto in media il 10,1% (1,2% nel periodo corrispondente del 2019). La quota è inferiore a quelle del Centro e del Paese (rispettivamente 17,0 e 14,8%). Il divario risulta molto marcato nel settore privato, nel quale ha lavorato da remoto soltanto il 6,2%. 

L’adozione del lavoro agile è stata molto differenziata rispetto al grado di istruzione. In regione oltre un quarto dei dipendenti con un titolo di studio elevato ha svolto la propria attività da remoto (34,4% in Italia), nello specifico il lavoro agile è stato adottato da circa un terzo dei dirigenti. Tra gli impiegati la quota è del 15,3%; l’utilizzo è stato sostanzialmente nullo tra gli operai. La quota infatti scende in misura rilevante al diminuire del grado di istruzione dei dipendenti e tra le imprese di maggiori dimensioni nelle quali comunque tale forma lavorativa era più diffusa rispetto alle classi più piccole anche prima della pandemia.

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