Rapporto Ires Cgil, dodici anni da incubo per le famiglie umbre: taglio drastico anche sulla spesa

Crollo del Pil: gli umbri hanno uno "stipendio" in meno rispetto alla media nazionale. "Una economia da centro sud"

L'Umbria, negli ultimi 12 anni, è scivolata sempre più a Sud a livello occupazionale ed economico. A questa conclusione è arrivata la Cgil dell'Umbria dopo il rapporto dell'Ires pubblicato oggi. Tre colpi durissimi hanno messo in ginocchio l'economia regionale: la crisi internazionale del 2008 (che ha determinato nella regione una perdita economica tra le più gravi in Italia), il terremoto del 2016 e ora l'emergenza Covid-19.  I dati sono impietosi. Partiamo dal Pil: rispetto alla media nazionale (20.820 euro) gli umbri hanno una disponibilità economica in media di 19.520 (drasticamente ridotta negli ultimi 10 anni). Praticamente, come ammette il rapporto, uno stipendio in meno (1300 euro) rispetto alla media del Paese. Reddito ancora più basso e sempre più povero rispetto agli altri connazionali, per i nostri pensionati: meno 400 euro, per un valore poco superiore ad una media di 17mila euro.

Ma, lasciando da parte le medie, parlando di redditi reali: il 43% dichiara meno di 15mila euro. Al fisco locale gli umbri hanno versato nel 2018 158,261 milioni di euro sotto forma di addizionale regionale (Ari), mentre 77.178 milioni di euro è l’ammontare delle addizionali comunali (Aci) versate alla rispettive amministrazioni di residenza. Se sommiamo all’Irpef le addizionali locali otteniamo una pressione fiscale di 5.370 euro per dipendente e di 5.080 euro per pensionato.

Una contrazione del Pil che spinge anche a risparmiare sulla spesa: si spendono 770 euro in meno per gli alimentari e 900 per il no-food. Le famiglie hanno tagliato su carne (-345 euro l’anno), bevande (-160 euro l’anno), e pane (-160 euro l’anno) con l’aumento della spesa per patate, frutta, ortaggi (+ 70 euro l’anno). Mentre sul non alimentare aumentano consumi di alcolici e tabacchi (+118%).

In particolare sull'impatto dell'ultima crisi, quella sanitaria e poi sociale ed economica determinata dal lockdown, si concentra il rapporto. Ad una contrazione del Pil che – secondo le stime Ires – si aggira tra 1,5 e 2 miliardi di euro (concentrata in alcuni dei settori manifatturieri portanti per l'Umbria, come il tessile-abbigliamento, la metallurgia, i mezzi di trasporto, le costruzioni, la ristorazione, le attività culturali, etc.) si sovrappone una crisi occupazionale estremamente grave, che si compone da una parte della forte riduzione del lavoro a termine (in provincia di Perugia tra gennaio e maggio 2020 si stima una contrazione del 28,8%) e dall'altra del ricorso massiccio agli ammortizzatori sociali. Al 30 giugno – riferisce l'Ires Cgil – erano oltre 28 milioni le ore tra cassa integrazione e fondi di solidarietà autorizzate, con un incremento rispetto al 2019 dell'800%. 

“Numeri dietro ai quali – come ha sottolineato Fabrizio Fratini nella sua presentazione – troviamo le sofferenze e le difficoltà di circa 27mila lavoratrici e lavoratori umbri che hanno subito una contrazione di reddito fortissima, pari complessivamente a circa 81 milioni di euro”. È evidente che questa ulteriore “botta” subita dal mondo del lavoro umbro rischia di andare ad alimentare un altro dato che nel corso degli ultimi anni è divenuto in Umbria sempre più preoccupante: quello della povertà relativa, arrivata al 14,3% nel 2018, 2 punti e mezzo sopra la media nazionale.

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“Il quadro descritto dalla nostra Ires Cgil, che rischia di aggravarsi ulteriormente se si darà il via libera ai licenziamenti, ci pone di fronte ad un'urgenza senza precedenti e all'assoluta necessità di non sbagliare cura – ha detto il segretario della Cgil umbra, Vincenzo Sgalla – Tuttavia, ancora non vediamo da parte della Regione, ma anche delle nostre controparti datoriali, a partire da Confindustria, un atteggiamento all'altezza della drammaticità del momento. Le ingenti risorse economiche che arriveranno dall'Europa – ha aggiunto Sgalla – risorse, anche queste, senza precedenti, vanno gestite in maniera oculata, trasparente e, soprattutto partecipata. Altrimenti il rischio è che, anziché migliorare, il malato peggiori e si allarghino le disuguaglianze. Lo abbiamo ripetuto ostinatamente alla precedente come all'attuale giunta: serve un progetto per l'Umbria che sia di reale cambiamento, questa è l'unica terapia possibile”.

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