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Coronavirus, crisi economica e abusivismo, il settore dei centri estetici chiede interventi per sopravvivere

Costituito il gruppo Estetiste titola Umbria: "Lavoriamo con le persone per il benessere fisico e psicofisico, spostateci dal settore artigiano alle professioni sanitarie"

I centri estetici, come i parrucchieri, non sono considerati, in questo periodo di emergenza sanitaria ed economica. Eppure sono un settore rilevante per l’economia umbra. La chiusura prolungata da quasi due mesi inizia a pesare sul futuro di tanti professionisti (in larga parte donne) che si occupano della salute e della bellezza, anche con specializzazioni importanti, come le “estetiste etiche” che si occupano di trattamenti oncologici.

Diverse professioniste si sono riunite in un gruppo (Estetiste titolari Umbria) per parlare della loro professione ad ampio raggio e dei problemi riscontrati.

“L’abusivismo. Perché è importante? Ora non è solo una questione di legalità e igiene (che sarebbero già sufficienti come punti, ma ciò non ha impedito il proliferare di queste persone che lavorano impunite), ma anche e soprattutto un vero e proprio mezzo di contagio – scrivono in una lunga lettera - Già non capiamo come sia possibile che ad oggi non sia stato fatto nulla per fermare una piaga che affossa e schiaccia chi svolge la professione in modo legale. In più non si sta facendo nulla neanche in un momento delicato come quello che stiamo vivendo. Pagine e pagine sui social che confermano quello che scriviamo. Indisturbate si pubblicizzano, predono appuntamenti, dichiarano addirittura che stanno reperendo il materiale per lavorare in sicurezza, e che non appena pronte saranno loro stesse a chiamare per prendere l'appuntamento”.

Una situazione assurda sia per il periodo di emergenza sanitaria attuale, sia per il danno economico di chi ha una regolare attività, registrata alla Camera di commercio e con la regolarità fiscale dovuta all'Agenzia delle entrate. “Noi che paghiamo regolarmente le tasse e rispettiamo ampiamente, anche più del dovuto, le norme igieniche, dobbiamo stare chiusi per il bene collettivo, loro no? - prosegue la nota - E chi sono loro per poter esercitare tranquillamente, continuando anche a reperire il materiale che viene messo a disposizione sul mercato senza limiti? Proprio per questo abbiamo anche un'idea, anzi una parte della soluzione diremmo, per stoppare questa piaga: far smettere subito la vendita di prodotti professionali a chiunque, soprattutto a quelli privi di partita Iva. La maggior parte di queste persone addirittura esercita a casa dopo un video tutorial su internet. La maggior parte di loro sta rubando soldi non solo dalle tasse, ma anche con il reddito di cittadinanza percepito regolarmente. Arrivando mensilmente a percepire uno ‘stipendio’ pari, se non oltre, a quello che una titolare, sempre secondo lo Stato, prenderebbe, e che vi possiamo assicurare non è così, perché molte e molti di noi prima di prendersi lo stipendiano, mettono a posto i conti”.

La lunga lettera passa poi al secondo punto: la riapertura delle attività. “Se non è possibile per problemi gravissimi di contagio, se questo comporta un problema di salute, capiremmo, ci mancherebbe altro, ma allora ci chiediamo, perché in altre parti d'Europa si vociferano riaperture molto prima delle nostre e in altre è già avvenuto? Cosa c'è di diverso? - si legge ancora - Riaprire permetterebbe di fermare la piaga dell'abusivismo e a molte di noi di sopravvivere nonostante non siano state eliminate le tasse, gli affitti, le bollette. Eh sì, noi stiamo pagando tutto. Pochi proprietari degli immobili si sono messi una mano sul cuore e hanno preso l'iniziativa di andare incontro sul costo dell'affitto. Pochi fornitori hanno dilazionato ulteriormente i pagamenti. Ma pensate a tutte quelle titolari che non hanno avuto questa fortuna, sommate a bollette pervenute con cadenza precisa e scalo dal conto senza sgarrare di un secondo. Pensate a tutti i mutui e finanziamenti (unica cosa possibile che abbiamo bloccato per 6 mesi) che per le nostre attività abbiamo fatto”.

Da questo punto discende direttamente il terzo: la liquidità. “Chiediamo una liquidità immediata, garantita al 100% e non al 90% e preferibilmente a fondo perduto. Non servono grandi somme, basterebbe calcolare l'introito di ogni azienda e dare quanto necessario per il pagamento delle spese fisse - si legge nella nota - Il Governo non può pensare che cedere alle banche il problema liquidità sia la soluzione. Il Governo deve prendere delle decisioni fondamentali e ferme. Essenziali diremmo. Perché la domanda che ci stiamo facendo: cosa converrebbe al Governo, far ripartire le attività così da avere un ingresso con tasse e altro, o farle chiudere, con la disperazione che ne consegue e anche la crisi non solo economica, ma lavorativa”.

Le estetiste lamentano anche l’eccesso di prescrizioni richieste. “Oltre a tutta la sterilizzazione che già efficientemente e minuziosamente facciamo ogni santissimo giorno da anni; ci chiedono di avere delle ulteriori accortezze pari se non oltre ad un ospedale. E questo a noi estetiste – conclude la nota - Perché noi estetiste dobbiamo avere la sanificazione come un ambulatorio (giusto per carità, molte di noi attuano anche più di quello che c'è scritto nelle norme, proprio perché teniamo al nostro lavoro), ed essere considerate ancora artigiane? Sì, noi facciamo quello che fa un medico come sterilizzazione, lavoriamo sulla pelle, che anatomicamente parlando è un organo, però siamo artigiane, con tutto quello che ne consegue. Allora ci domandiamo, perché non spostarci tra gli operatori sanitari, come è giusto che sia? Anche perché, il nostro operato va ben oltre il semplice servizio svolto. Noi sappiamo donare al cliente un benessere fisico e psicofisico. Noi riusciamo ad entrare in contatto con la cliente nella sua sfera più intima, andando ha risvegliare emozioni represse. Quindi, se ci spostiamo nella categoria sanitaria lo stato guadagnerebbe meno? Beh, questo non è vero, perché si potrebbe lavorare molto di più! Perché? Perché potremmo fatturare al cliente e rendere scaricabile il servizio svolto da noi. Quindi lanciamo questa sfida al Governo”.

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