Coronavirus e cassa integrazione in deroga, i numeri umbri: la ricerca dell'Aur

L'analisi dei dati umbri, aggiornati al 5 giugno, sulla cassa integrazione in deroga pubblicati da Arpal Umbria

di Meri Ripalvella (ricercatrice AUR)

Le misure del decreto “Cura Italia” (decreto legge 18/2020), rappresentano, secondo le intenzioni del Governo, un “primo necessario supporto economico ai cittadini e alle imprese che affrontano problemi di liquidità finanziaria a causa dell’emergenza sanitaria internazionale dichiarata dall’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) e agli episodi di diffusione del virus verificatisi nel nostro Paese”.

Gli ammortizzatori sociali previsti dal provvedimento in questione a sostegno di imprese e lavoratori che si sono trovati costretti a sospendere - ovvero a ridurre - la propria attività produttiva per eventi connessi all'emergenza epidemiologica da COVID-19 sono: 1) Cassa Integrazione Guadagni Ordinaria (CIGO) e assegno ordinario; 2) Cassa Integrazione Guadagni Ordinaria per le aziende che si trovano in Cassa Integrazione Straordinaria; 3) Assegno ordinario del Fondo di Integrazione Salariale (FIS); 4) Assegno ordinario dei Fondi bilaterali (di cui all'articolo 26, DLgs 148/2015) e Fondi Trentino e Bolzano-Alto Adige; 5) Cassa Integrazione speciale per gli operai e gli impiegati a tempo indeterminato dipendenti da imprese agricole; 6) Cassa Integrazione in Deroga.

Il ricorso a tali misure da parte delle imprese è apparso, anche per l’Umbria, decisamente consistente. Infatti, dagli open data dell’Osservatorio sulla CIG di INPS si apprende che nella nostra Regione, nel solo mese di Aprile, sono state autorizzate oltre 13 milioni di ore con causale “emergenza sanitaria COVID-19”: il 73,6% afferenti alla cassa integrazione ordinaria, il 15,7% ai fondi di solidarietà e il restante 10,8% alla cassa integrazione in deroga. Per misurare l’eccezionalità del momento è sufficiente osservare i dati delle misure attivate nel 2012, anno in cui in Umbria si manifestano con maggiore intensità gli effetti della crisi economica e finanziaria evidenziatasi in Italia a partiredal2008. Ebbene, nei complessivi 12 mesi del 2012 il totale delle ore di CIG ammontava a poco più di 27 milioni di ore.

In questa sede analizzeremo i dati umbri, aggiornati alla data del 05/06/2020, sulla cassa integrazione in deroga pubblicati dall’Agenzia Regionale per le Politiche Attive del Lavoro (ARPAL Umbria).

Secondo il decreto Cura Italia (1), infatti, spetta alle Regioni e alle Province autonome la possibilità di riconoscere trattamenti di cassa integrazione salariale in deroga, per la durata della sospensione del rapporto di lavoro e comunque per un periodo non superiore a nove settimane (2). Ad accedere alla CIGD sono i datori di lavoro del settore privato - inclusi quelli agricoli, della pesca e del terzo settore, compresi gli enti religiosi civilmente riconosciuti e con esclusione dei datori di lavoro domestici - per i quali non trovano applicazione le tutele previste dalle vigenti disposizioni in materia di sospensione o riduzione di orario, in costanza di rapporto di lavoro (3).

La Regione Umbria ha raggiunto l’accordo quadro con le parti sociali il 23 marzo. Il 24 marzo il Ministero del Lavoro e il Ministero dell’Economia hanno emanato il decreto di riparto delle risorse per le Regioni. Dei 1.293,2 milioni di euro previsti per la prima fase per l’intero territorio nazionale (3.293,2 milioni di euro è l’importo massimo stanziato per l’anno 2020), sono 20 milioni di euro quelli assegnati all’Umbria; il riparto delle risorse tra le regioni è stato effettuato sulla base della quota regionale del numero di lavoratori potenziali beneficiari dei trattamenti medesimi, come rilevati dall’INPS nei propri archivi, che ammontano a 40.439 unità per l’Umbria (l’1,55% del totale nazionale).

Nel periodo che va dal 1 di aprile al 5 giugno 2020, l’ARPAL ha istruito 10.599 pratiche: 9.247 delle quali hanno avuto esito positivo (l’87% del totale) mentre le rimanenti sono state rigettate (1.083, in valore assoluto) ovvero annullate (il solo 2,5% delle pratiche istruite). Il rigetto dell’istanza – sanato, nella quasi totalità dei casi, con successivo rinvio - è avvenuto in oltre il 50% dei casi per motivi legati alla mancanza di documenti o di altri elementi necessari; gli annullamenti, invece, sono da attribuire in larghissima parte al diniego di INPS che, come esito di un ulteriore controllo (4), ha rilevato in ben 221 casi il ricorso dell’unità produttiva ad altri ammortizzatori sociali (CIGO, FIS…).

Poiché ogni unità produttiva poteva inviare anche più di una istanza (5), a patto che fosse rispettato il vincolo delle 9 settimane massime richieste per ciascuna di esse, le 9.247 domande autorizzate fanno capo a 8.337 unità produttive che rappresentano8.018aziende e interessano ben 22.359 lavoratori dipendenti, il 55% di quelli che secondo gli archivi INPS sarebbero i potenziali beneficiari di tale misura.

La distribuzione dei dipendenti autorizzati alla CIGD sul territorio regionale mostra una concentrazione nei comuni di maggiori dimensioni: il 37% di questi è impiegata in unità operative localizzate nei due capoluoghi di provincia (22% a Perugia e il 15% a Terni) e, in particolare, il 70% è occupato in unità con sede nei comuni sopra i 20.000 abitanti (tab. 1). Tale distribuzione è ovviamente correlata con quella dei dipendenti nelle unità locali - al crescere del numero dei dipendenti delle unità locali con sede nel comune, cresce il numero di lavoratori per cui è stata richiesta la CIGD - ma l’impatto della sospensione sulla forza lavoro impiegata nelle unità produttive dei comuni umbri evidenzia differenze non trascurabili.

Considerando infatti la quota dei dipendenti autorizzati alla CIGD sul totale dei dipendenti delle unità locali con sede nei diversi comuni umbri, si osserva un ampissimo campo di variazione: se, infatti, tale quota non arriva al 10% in alcuni municipi, in altri supera il 50% (Scheggino, Gualdo Cattaneo, Parrano e Paciano). Il valore dell’indicatore che mediamente si attesta intorno al 14% per l’intera Regione, assume il suo valore minimo (12%) nei comuni con popolazione compresa tra 7.500 e 20.000 unità ed il massimo (17%) nei comuni piccolissimi (tab.1); sono 38 i Comuni, il 41% del totale, che si collocano al di sotto del valore medio umbro.

In media ogni unità produttiva ha chiesto l’autorizzazione alla CIGD per 3 dipendenti e per un numero di giorni pari a 59, quasi il massimo consentito. Delle 8.337 unità produttive autorizzate da ARPAL, il 94% ha richiesto l’accesso alla CIGD per un numero di dipendenti inferiore alle 5 unità, con valori che oscillano tra un minimo di uno ad un massimo di 371 lavoratori; vi sono richieste che fanno riferimento ad una sola settimana di sospensione (il mimino consentito), magari successivamente prolungata con rinvio di ulteriori istanze e altre che, da subito, hanno riguardato periodi più lunghi.

La CIGD è solo una delle misure utilizzate per far fronte alla crisi pandemica, e fornisce una fotografia parziale del complesso di ammortizzatori sociali previsti dal decreto cura Italia. Per un quadro esaustivo del fenomeno, sarebbe, infatti, interessante poter analizzare la distribuzione delle altre tipologie di aiuto a livello di singoli territori. Un dato del genere risulterebbe di particolare valore diagnostico e prognostico al fine di misurare il grado di resilienza delle diverse aree produttive umbre.

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