Martedì, 18 Maggio 2021
Economia

Coronavirus, il grido disperato delle piccole imprese della moda: "Servono soldi. E servono subito"

Petrini: "Con i negozi chiusi non abbiamo entrate di alcun genere, ma al contrario abbiamo uscite e tutta una serie di costi fissi e incomprimibili che comunque dobbiamo continuare a sostenere. Da soli non ce la possiamo fare"

"La cosa più drammatica da gestire in questo momento è l’incertezza per il futuro delle nostre imprese, delle nostre famiglie, dei nostri figli e dei nostri dipendenti. Non possiamo accettare che quando questa straordinaria emergenza sanitaria sarà finita, e ci auguriamo come tutti che questo avvenga al più presto, migliaia di piccole e piccolissime imprese del settore Moda, che oggi hanno dovuto abbassare le saracinesche per contribuire a frenare il contagio, non siano più in grado di riaprire i battenti e tornare ad animare le nostre città, che così rischiano in futuro di restare deserte come oggi".

A lanciare il grido d’allarme è Carlo Petrini, presidente di Federmoda Confcommercio Umbria: "Per noi è veramente difficile guardare al futuro con ottimismo".

Perché, spiega il presidente, "Non solo non sappiamo quando potremo riaprire, non solo non riusciamo oggi ad immaginare in quale mercato dovremo operare una volta passato questo tsunami: abbiamo i negozi chiusi, ma pieni di merci che si stanno in un certo senso deteriorando. Tutta la merce della stagione primavera – estate è arrivata nei negozi prima dell’emergenza. La primavera sta sfumando via; per l’estate chissà. Ma è una incognita anche la stagione invernale, per la quale molti di noi hanno già programmato con il consueto anticipo ed effettuato gli ordini che sono a tutti gli effetti contratti firmati con i nostri fornitori".

In sintesi: "E’ ipotizzabile, purtroppo, che quando tutto si sarà normalizzato buona parte delle merci che abbiamo già comprato non possano più essere vendute. Il nostro settore rischia di essere schiacciato da questa emergenza. Un settore che negli ultimi dieci anni ha lottato per resistere alla crisi che ha prodotto già centinaia e centinaia di chiusure, anche di negozi storici".

Da qui l'appello al Governo Conte: "Con i negozi chiusi non abbiamo entrate di alcun genere, ma al contrario abbiamo uscite e tutta una serie di costi fissi e incomprimibili che comunque dobbiamo continuare a sostenere. Da soli non ce la possiamo fare". E anche delle critiche: "Le misure finora annunciate non sono sufficienti e non ci permettono di fare una programmazione sia economico/finanziaria che di marketing.Va capito - conclude Petrini - che se le nostre imprese sono chiuse, come doveroso in questo terribile momento, non è possibile vendere e quindi avere ricavi né tantomeno liquidità; il 31 marzo sono scaduti gli avvisi bonari che il Governo ha “dimenticato” di posticipare; scadono le ricevute bancarie e gli assegni che abbiamo fatto ai nostri fornitori, abbiamo le scadenze degli stipendi, affitti, commercialista, le assicurazioni e così via per un elenco che sarebbe lunghissimo. Servono soldi, ma servono subito”.

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