Coronavirus, 12mila attività artigiane ferme e quelle ancora attive vanno avanti a fatica

L’allarme di Confartigianato imprese Perugia: "Metà dei fondi del decreto al 5% delle imprese. Persi già 117 milioni di euro"

Le imprese artigiane umbre ferme a causa del Coronavirus sono 12.434, il 61% del totale regionale è stato costretto a chiudere, perché non operante nei settori ritenuti indispensabili. Le imprese artigiane che continuano a lavorare, pur tra mille difficoltà, per garantire beni e servizi di prima necessità in un momento così drammatico, sono 7.900 sempre in Umbria e continuano a lavorare a fronte di mancati pagamenti. La Cgia di Mestre ritiene che in un solo mese le imprese in Umbria abbiano perso 117 milioni di euro.

Il presidente di Confartigianato Imprese Perugia, Giorgio Buini, e il segretario Stelvio Gauzzi con rammarico sostengono che “la politica, ai vari livelli, si ricorda che esistono 80mila imprese nella provincia di Perugia con circa 160mila dipendenti, solo nei periodi elettorali. Passata l’incombenza, la ‘spina dorsale del Paese’, come amano definirci in queste occasioni, viene di nuovo lasciata sola al proprio destino e borseggiata dalla burocrazia. E con un sistema finanziario che, superato quello locale, ha fatto praticamente saltare le organizzazioni delle garanzie sussidiarie”.

Per Buini e Gauzzi, siamo in guerra. “Una guerra sanitaria – chiariscono – che è sociale ed economica allo stesso tempo. Una guerra con un nemico che non conosciamo, che non sappiamo per quanto tempo ha dovuto combattere, ma che ha già fatto troppe perdite di vite umane e ne farà di aziende”.

Secondo Confartigianato Perugia le nuove misure del Governo andranno nella direzione auspicata dalle piccole imprese. In attesa del decreto definitivo, si stima che, di fatto, più del 50% delle risorse (50 + 200 miliardi) sono riservati al 5% delle imprese, ovvero a quelle esportatrici.

Il tempo di restituzione dei finanziamenti, poi, è, giudicato troppo di breve periodo, vista la gravità della situazione e l'impossibilità di capire quando finirà. “Sei anni più due di preammortamento – commentano Gauzzi e Buini - sono troppo pochi per tantissime aziende che con la liquidità pagheranno non tanto gli investimenti, quanto i pagamenti arretrati con lo Stato e le sue derivazioni. Le aziende del Centro Italia, già piegate dal terremoto del 2016, avranno ancora più difficoltà, perché si troveranno a pagare il finanziamento ottenuto per il post terremoto dove nulla, di fatto, è ripartito”.

Confartigianato attende anche di verificare il comportamento del sistema bancario: elevato numero di pratiche con pochi sportelli aperti sul territorio e con il personale al minimo e in difficoltà per la sospensione dei mutui e per l'anticipazione della cassa integrazione.

Buini e Gauzzi chiedono alle istituzioni la difesa dell’artigianato: “Vista l'emergenza in cui versiamo riteniamo necessario, da parte del Governo, un coraggio diverso e più di fiducia verso il nostro tessuto economico – dicono Buini e Gauzzi - La liquidità finanziaria, garantita dallo Stato, che le banche devono immettere nel sistema imprenditoriale diffuso deve essere riconsegnate almeno dopo 15/20 anni. Occorre inoltre tagliare in modo pesante la burocrazia; ridurre del 50% le tasse e le imposte a carico degli artigiani, commercianti e Pmi fino a 15 dipendenti, con un eventuale recupero rateizzato nel tempo, sospensione dei contributi previdenziali per almeno due anni”.

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Da qui la proposta alle istituzioni locali: “Oltre alla sospensione o eliminazione di tutti i tributi locali ed imposte con scadenza nel breve periodo, dovranno concordare la gradualità del pagamento di tributi e imposte, dilazionandolo in un periodo più ampio – concludono i vertici di Confartigianato Perugia - Ed a livello locale, come su base nazionale, non serve a nulla e a nessuno aver posticipato il pagamento delle tasse e delle imposte alla fine di maggio” senza dimenticare che alla fine dell’emergenza rimarranno le “macerie come quelle che sono rimaste lungo la strada che attraversa le cittadine di Amatrice o Preci, o parcheggiate da qualche parte a Norcia o nei paesini delle Marche. Tutte comunità che in guerra ci sono da oltre quattro anni”.

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