Lavoro e riforme, Cgil: ecco le nostre priorità per l'Umbria

La Cgil dell'Umbria sulla crisi economica e sociale, snocciolando dati sull'occupazione, il ricorso dei lavoratori umbri alla Cassa Integrazione e le priorità da seguire

Nota - Questo comunicato è stato pubblicato integralmente come contributo esterno. Questo contenuto non è pertanto un articolo prodotto dalla redazione di PerugiaToday

La crisi economica e sociale continua a sviluppare i suoi effetti e non si manifestano sostanziali segnali di ripresa. Tra l’altro essa si manifesta in maniera ancora più forte e pesante sulla “dimensione lavoro”. Gli ultimi dati di Bankitalia, secondo la Cgil, mostrano che la recessione in Umbria è ancora più pesante, di quella già drammatica a livello nazionale, che vede una contrazione del Pil del 6% rispetto ad aprile 2008 e un parallelo crollo della produzione industriale del 20%.

Anche perché la presenza di imprese umbre indirizzate all’export è minima: tra le 43 Regioni d’Europa che hanno dimensioni e connotati simili all’Umbria, la nostra regione ha una propensione all’export tra le più basse.

Un calo consistente dell’occupazione. Molto pesante tra le donne e i giovani (18mila occupati in meno in Umbria tra gli under 35). E se il dato ufficiale della disoccupazione rimane relativamente basso, è perché esso non tiene conto dell’altissimo numero di lavoratori cassintegrati (circa 30mila mediamente coinvolti, secondo l’osservatorio nazionale della Cgil, di cui 15mila a 0 ore).

Le vertenze in corso. Tante ancora le vertenze aperte, il percorso individuato dalla Cgil per arrivare a un nuovo Piano del lavoro  deve essere mutuato anche a livello locale per rilanciare  la crescita. Soprattutto è giusta l’idea che la “nostra” crisi – seppur globale e con le pesantissime responsabilità ormai in capo alle mancanze dell’Europa – abbia delle specificità italiane, frutto di decenni di assenza di serie politiche industriali, sulle quali, appunto, occorre agire tempestivamente.

Un piano per il lavoro. Il lavoro e conseguentemente i diritti che sono ad esso connessi sono la vera emergenza del nostro Paese. In Umbria la nostra iniziativa si svolge in un contesto critico: solo nel settore dell’edilizia si sono persi almeno 6mila posti di lavoro e altri 12mila circa negli altri settori. Questo dato va analizzato con attenzione, perché è allarmante sotto due punti di vista: quello del rischio azzeramento dell’apparato manifatturiero della nostra regione e quello delle risorse necessarie a consentire la prosecuzione della cassa per il 2012-2013, anche tenendo conto degli effetti restrittivi della riforma Fornero.

Il Welfare. L’altro punto qualificante è quello di difendere e ammodernare il nostro sistema di welfare. Il modello sociale umbro presenta tratti avanzati e di integrazione che vanno estesi e non ridotti; in questo senso il taglio pesante operato dal Governo nazionale nei confronti delle regioni, senza tenere conto delle specificità e dei percorsi virtuosi intrapresi, rischia di essere un colpo per l'Umbria che incide sulle basi strutturali del nostro sistema.

Nello specifico: sul fronte del welfare siamo di fronte in pratica all'azzeramento del fondo sociale nazionale, con il conseguente ridimensionamento del fondo regionale; mentre per la sanità il taglio complessivo per l'Umbria ammonta a circa 160 milioni, una cifra enorme che rischia di incrinare in maniera rilevante la funzione universalistica del ssr umbro. L’altro terreno è quello rappresentato dalle riforme del sistema endoregionale, che superino sprechi e sovrapposizioni, nella consapevolezza che il lavoro pubblico costituisce una risorsa.

Inoltre, riteniamo che vada messo in atto un piano che contrasti la crisi e che sviluppi la contrattazione di 2° livello nella gran parte delle attività produttive della nostra regione. Per questo chiediamo l’apertura di un confronto alle associazioni datoriali firmatarie del Patto per l’innovazione e lo sviluppo chiedendo loro di svolgere un ruolo attivo di contrasto alla crisi e per lo sviluppo.

In particolare riteniamo prioritari interventi su:

1. Il ruolo dell’industria e del manifatturiero per una nuova qualità dello sviluppo.
2. Innovare e difendere il modello di coesione sociale della nostra Regione, il valore del lavoro pubblico, la non autosufficienza, la centralità del welfare
3. I servizi pubblici locali
4. Il sistema di istruzione-formazione-lavoro

Su questi temi, riteniamo necessaria una nuova stagione di vertenzialità e la riapertura di un utile terreno di confronto e di iniziativa unitaria. E’ però necessario iniziare a discutere di una possibile nuova idea di regione, partendo dalla storia delle nostre realtà e dei nostri territori.

Le riforme dell'Umbria

Alcune riforme in Umbria si sono prodotte e si stanno realizzando tenuto conto del fatto che gli interventi nazionali sul contenimento della spesa pesano come un macigno sulla possibilità della regione di mantenere un sostanziale equilibrio nelle risorse. Si è prodotto un atto normativo sulla riforma endoregionale che ha coinvolto le comunità montane con un accordo positivo che ha valorizzato il lavoro di quella esperienza e gli stessi lavoratori,  si è definito  che i 92 comuni devono fare in forma associata tutte le funzioni proprie e conferite indipendentemente dalle dimensioni stesse dei comuni. Noi abbiamo 57 comuni sotto i 5000 e 10 sotto i 1000 abitanti. E’ poi in discussione la riforma del SSR con due atti, un documento e un ddl.

E’ in itinere un ddl sulla Gestione integrata delle risorse idriche e dei rifiuti sul quale stiamo definendo un nostro orientamento.
L'articolo 23 del decreto “Salva Italia”, convertito con legge 214/2011 svuota di senso l'istituzione provinciale disponendo che ad essa spettino “esclusivamente le funzioni di indirizzo e coordinamento delle attività dei Comuni.

Si modifica, dunque, di fatto l'istituzione Provincia così come era stata concepita e si cancellano le province i cui parametri non corrispondono, per abitanti ed estensione territoriale, a quelli indicati dal decreto legge. In Umbria questo determinerà la soppressione della provincia di Terni.

La Cgil ha sempre sostenuto la realizzazione di un assetto statale decentrato e policentrico nel quale fosse comunque chiaro e delineato il concetto di “sistema”. Non istituzioni “scollegate” fra loro, ma un assetto che, nel rispetto delle specifiche titolarità, avesse al centro il cittadino e il territorio. Un sistema che, in un quadro definito di principi inderogabili universali, favorisse le autonomie locali, riconoscendogli il valore della maggiore prossimità ai cittadini e un ruolo centrale nell'articolazione democratica del nostro paese e nella partecipazione dei cittadini.

Quello che preoccupa di più in questa stagione di riforme, che per noi sono indotte dal taglio delle risorse e dalle norme nazionali, è la capacità o meno di tutto il territorio regionale, nell’affrontare con attenzione le sfide aperte di reale cambiamento. Cambia, infatti, l’identità dell’Umbria, non di Terni o di Perugia, cambiano gli assetti istituzionali e si modifica la composizione della regione, che rischia di avere un unico ambito provinciale.

La Cgil dell’Umbria ritiene indispensabile andare ad un riequilibrio territoriale dei due ambiti provinciali, pena la difficoltà di avere una regione con un’unica provincia le cui funzioni, peraltro, sono modificate. Il centro unificante della regione dev’essere la capacità delle classi dirigenti, non solo istituzionali e politiche, di guardare oltre gli interessi diretti di rappresentanza e costruire un nuovo regionalismo. D’altro canto, la nostra piccola regione non avrà alcuna possibilità di esistere se non attraverso l’integrazione territoriale interna e nel rapporto con le regioni limitrofe, in quella idea di Italia mediana che abbiamo contribuito a rilanciare.



 

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