Yacht, hotel di lusso, viaggi, vestiti alla moda e biancheria intima da 19 euro, tutte le spese della banda dei fallimenti pilotati

Sono le accuse contestate dalla Procura di Perugia a 17 persone e a sedici società. La ricostruzione della Guardia di finanza di Perugia di un giro milionario di fallimenti e bancarotta fraudolenta

Un fiume di denaro e di tasse non pagate, appartamenti, viaggi, barche e auto. Spese pazze con i soldi sottratti dai conti correnti delle società fallite e transitati in altre ditte poi fatte fallire.

Bancarotta fraudolenta (documentale e per distrazione) oltre che impropria per operazioni dolose aventi per oggetto due distinte società dichiarate fallite nel 2016 e nel 2017. Sono accuse pesanti quelle che la Guardia di finanza di Perugia – coordinata dalla procura perugina – contesta a 17 persone iscritte nel registro degli indagati di Perugia, Roma, Napoli e San Benedetto del Tronto e a sedici società operanti nel centro Italia.

Il gip Piercarlo Frabotta, su richiesta del pm, ha applicato la misura cautelare degli arresti domiciliari a carico di due persone (un amministratore unico e un amministratore di fatto delle società fallite . Con la misura dell’obbligo di dimora nel Comune di residenza, sono finiti, invece, altri quattro indagati, amministratori unici che si sono succeduti nel tempo e un soggetto beneficiario di somme non giustificate contabilmente.

Svuotavano i conti delle società che vendevano energia elettrica e le facevano fallire

Nelle carte dell’inchiesta spicca anche il nome di un conosciuto avvocato del foro di Perugia, precedentemente indagato (in quel caso per lui erano scattati gli arresti domiciliari) nel corso di una inchiesta della Guardia di Finanza per reati di bancarotta, autoriciclaggio e truffa insieme ad altre dieci persone nell’ambito dell’operazione “Great Energy”.

Un ruolo “strategico” quello del legale, considerato dagli organi inquirenti “l’ideatore dell’operazione”.

Ma come funzionava il tutto? L’indagine ha preso il via dal fallimento di un’azienda operante nel settore della commercializzazione di prodotti energetici che, nel corso degli anni, aveva “dimenticato” di pagare sia i fornitori principali che le imposte. Con la complicità di (ignari?) prestanome, i capitali accumulati grazie ai mancati pagamenti, venivano distratti a favore di alcune società di comodo intestate a teste di legno, riversando il denaro nelle casse degli indagati.

Secondo gli investigatori gli indagati, in qualità di amministratore di fatto o come prestanome, “allo scopo di recare pregiudizio ai creditori tenevano la contabilità” delle varie aziende “in guisa da non permettere la ricostruzione del patrimonio e del movimento degli affari” dell’azienda fallita. In particolare non depositavano parte della contabilità e della documentazione aziendale, tipo i libri sociali, le scritture contabili obbligatorie, la documentazione bancaria. Oppure facendo in modo da non consegnare al curatore gli “attivi insoluti o protestati” e i “beni strumentali”, come nel caso della auto aziendali (Audi, Bmw, utilitarie e mezzi furgonati) che sparivano nel nulla o venivano venduti, senza che i proventi transitassero nei conti aziendali. Stesso destino per alcune imbarcazioni del valore di 140mila euro, finte in Croazia. Un’altra imbarcazione veniva acquistata da uno dei sodali al prezzo di 50mila euro e rivenduta ad una loro società a 100mila euro.

Nelle contestazioni anche l’acquisto di immobili e la loro ristrutturazione, mai effettuata, ma risultante da fatture false. Altri immobili, invece, sarebbero stati oggetto di vendite fittizie, con pagamenti registrati, ma mai confluiti nelle casse dell’azienda.

A tutto questo va sommato il mancato pagamento di Irpef, addizionali comunali e regionali e imposte varie per diversi milioni di euro. Mentre i bonifici di pagamento e sottrazioni di denaro dai conti risulterebbero “non contabilmente giustificati” o al massimo con la dicitura “pagamento fatture”.

Tra le spese “pazze” sostenute dagli indagati risultano un viaggio in Mongolia, pernotti in alberghi di lusso in giro per l’Italia, l’acquisto di vestiti alla moda in importanti boutique perugine, ma anche intimo di marca in alcuni centri commerciali.

Un’azienda con attivo di 2 milioni di euro (“attrezzature e macchinari per 650mila euro, merci a magazzino stimate per 1,3 milioni di euro e avviamento per 50mila euro”), invece, a seguito della cessione di ramo d’azienda si ritrovava con i conti pari a zero.

Sempre nel campo immobiliare, due capannoni del valore di 150mila euro sarebbero stati venduti il primo al prezzo di 30mila euro, mentre sul secondo, ipotecato per 1,8 milioni di euro, sarebbe passato di mano a “prezzi irrisori calcolati con modalità poco chiare”.

Lunedì e martedì tra “l'avvalersi della facoltà di non rispondere”, “non ricordo” e conferme del ruolo, di fatto, “di teste di legno”, sono stati sentiti dal gip Piercarlo Frabotta nell’interrogatorio di garanzia i sei sottoposti a misure cautelari, difesi dagli avvocati Michele Nannarone, Stefano Bordoni, Francesco Areni e Riccardo Vantaggi.

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