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Virus nei reflui a Parigi, una non notizia. L'Inviato Cittadino ne dà invece una sperimentata: una fame incontenibile nei guariti

L'intervento del nostro Sandro sul coronavirus e su una curiosità, anche da lui sperimentata in prima persona, sul post guarigione

Quando a Parigi si scopre l’acqua calda. Ancora una non-notizia per attirare l’attenzione del lettore. Tracce del Covid-19 sono state infatti trovate nell’acqua non potabile di Parigi. Ossia nelle fogne. Il Comune ha precisato ufficialmente che «non c'è alcun rischio» per l’acqua potabile, quella corrente dal rubinetto di casa. La fiera delle ovvietà, quando non si parla d’altro: pur di tenere aperto il filone delle notizie sul coronavirus. Si tratta, in tutta evidenza, di una banalità. È scontato che nei reflui di un luogo dove c’è epidemia di coronavirus, il medesimo venga trovato nelle acque di scarico. In misura più o meno cospicua.

Lo stesso accadrebbe a Perugia, o in qualunque altro luogo ci siano malati. Perché una cosa è certa: il virus dilaga in tutti i distretti corporei dei malati. Naturalmente, è facile trovarlo nelle deiezioni solide o liquide dell’organismo (quindi, potenzialmente, è possibile anche classificarla come infezione del ciclo oro-fecale), come nell’espettorato, come nelle lacrime e nelle varie mucose del corpo umano. Non è un caso che il corona produca anche cistiti, congiuntiviti e quant’altro. Ma la complicazione più grave è quella delle polmoniti, spesso così violente da portare il malato all’altro mondo.

Fa riflettere (in positivo) anche quanto sentito da un noto virologo circa supposte “reinfezioni”. Dice lo studioso: “Noi, nei tamponi di controllo, andiamo a cercarlo nelle vie aeree superiori e, magari, non lo troviamo più. Ma forse lo troveremmo in altri distretti corporei. Dunque, più che di ‘reinfezioni’, potrebbe trattarsi di non completa eliminazione del virus dall’organismo, uno smaltimento da portare a termine”. Tesi condivisibile. Aggiunto invece un elemento di sicuro interesse, direttamente sperimentato e finora non detto: quello per cui, superata la malattia, si viene presi da una fame incontenibile. 

Lo leggo sull’edizione odierna del quotidiano “La Nazione”: intervista al “sopravvissuto” spoletino Nazzareno Mascelloni, novantunenne, che dichiara: “Ora ho una fame da lupi”. Questa, di certo, può essere una notizia che mi sento di confermare per esperienza personale. Anche se non escludo possa trattarsi di un effetto psicologico, di una riapertura alla vita, che si credeva perduta, e dunque un riflesso di vitalità, legato alla gioia di poter vedere il sole e respirare l’aria. Altro non so. Questa può essere definita, a buon diritto, una notizia. Sintetizzabile nel brocardo “post morbum voracitas maxima videtur”. Tanto per dirla in modo colto. Ma affermare che nei reflui di qualunque città con malati covid si rilevi la presenza del virus, più che una notizia, è pura e semplice banalità.

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