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Picchia la moglie per una tazzina da caffè sporca e tenta di violentarla, marito in tribunale

Dopo una condanna a 3 anni e mezzo di reclusione, in appello la dichiarazione di prescrizione dei reati

Condannato a 3 anni e sei mesi di reclusione per maltrattamenti e tentata violenza sessuale nei confronti della moglie (condanna a pagare 20mila euro a favore della donna e 10mila per la figlia), se la cava in Appello perché ormai i reati sono prescritti.

L’uomo, un albanese di 55 anni, difeso dall’avvocato Luca Pietrocola, era stato condannato, 14 giugno del 2019, per maltrattamenti in famiglia e tentata violenza sessuale per aver picchiato la moglie in più occasioni; mentre la violenza sessuale non aveva avuto luogo per l’intervento della figlia della coppia.

I fatti che avevano portato l’uomo in tribunale erano avvenuti nel settembre 2008, in un bar. In quell’occasione l’uomo avrebbe colpito con “con schiaffi e pugni la moglie”, l’avrebbe anche “sbattuta ripetutamente contro il muro, dietro al bancone” perché la donna gli avrebbe dato una tazzina da caffè sporca. L’uomo l’avrebbe anche insultata dicendole “p..., sei una ladra, tu mi vuoi fregare”. A seguito dell’aggressione la donna era stata ricoverata in ospedale, lamentando una forte emicrania, “avendo la stessa inteso celare, per paura, le vere ragioni del suo malessere e i lividi”. Tanto che in ospedale si faceva portare un pigiama a maniche lunghe “dato che non voleva mostrare al personale medico i lividi riportati a seguito dell'aggressione del marito”. La cognata della donna aveva testimoniato di “aver visto direttamente, in quell'occasione, degli ematomi sull'interno coscia della gamba sinistra di ..., sul collo e sul braccio sinistro”.

Per quanto riguarda la tentata violenza sessuale sarebbe avvenuta a settembre del 2010. In quell’occasione l’uomo “manifestava l'intento di avere un rapporto sessuale con la moglie ed al rifiuto della moglie reagiva ingiuriandola e colpendola con forti pugni alla schiena, Dopo tali fatti, ingiuriava e colpiva con schiaffi la figlia ..., perché si era intromessa per difendere e proteggere la madre”. La donna e la figlia si recavano, poi, dal medico di famiglia, raccontando tutto. Anche se sentita come testimone, la dottoressa affermava di non aver mai visto i lividi e i segni delle aggressioni. Per stessa ammissione della donna, poi, permaneva la paura dell’uomo, tanto che né lei né la figlia avevano denunciato l’aggressione.

Ai giudici di appello il difensore dell’uomo aveva chiesto l’assoluzione “perché il fatto non sussiste” o la riduzione della pena con “la concessione delle attenuanti”. I magistrati hanno deciso per il non doversi procedere per intervenuta prescrizione.

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