Cronaca

Vigilessa perseguitata dal suo ex comandante, in aula il racconto dell'incubo tra foto intime pubblicate in rete e auto bruciate

La difesa dell'imputato ha cercato di smontare le accuse e la credibilità della vittima, preannunciando denunce per falsa testimonianza

Un processo vive e si svolge sul racconto di tante verità: quella della vittima, dell’imputato, dei testimoni (anche quando non hanno nulla da dire o non hanno detto alcunché) e dei documenti.

E così è accaduto anche nel corso dell’ultima udienza del processo a carico del comandante della Polizia locale di Cellole, Pier Luigi Casale e di una ex agente del comando locale, Dalma Migliorati, costituitasi parte civile tramite l’avvocato Luca Valigi. L’uomo di 46 anni è accusato dalla Procura di Perugia (dove la donna si è trasferita) di atti persecutori, danneggiamento seguito da incendio ed accesso abusivo a sistemi informatici, tutto a seguito della fine della loro relazione.

Ieri si è concluso l’esame della vittima con le domande rivolte dalla difesa dell’imputato. Un esame molto acceso, che in più occasioni ha richiesto l’intervento del pubblico ministero e del giudice per moderare il tono di domande e affermazioni. Con la difesa dell’imputato che ha preannunciato il deposito di una denuncia nei confronti della vigilessa per falsa testimonianza, adombrando anche l’ipotesi della calunnia nei confronti dell’imputato.

Che cosa avrebbe detto di falso durante il suo esame o addirittura calunniato?

“Ho capito cosa intende fare la difesa: se dimostra che ho mentito su qualcosa sotto giuramento, vuol dire che ho mentito su tutto. Nel corso della testimonianza ho detto di aver conosciuto l’imputato in occasione del concorso che mi ha portato a lavorare in Campania. Secondo la difesa lo avrei conosciuto prima, instaurando un rapporto di conoscenza. In realtà avrei dovuto essere più precisa e dire che avevo avuto con l’imputato dei contatti per telefono o via messaggio qualche tempo prima del concorso per un corso di tattiche operative, ma ribadisco che si trattava di un contatto, non di conoscenza, quella è venuta dopo. Quanto alla calunnia non l’ho mai accusato di cose false o mai accadute. Semmai è lui che mi ha addossato un marea di comportamenti mai avvenuti”.

Secondo gli avvocati anche suo padre, sentito dal giudice, avrebbe fornito una versione dei fatti che sconfessa quanto da lei sostenuto. È vero?

“Mio padre ieri in Tribunale non ha testimoniato neanche e, in ogni caso, non sa nulla. L’imputato lo ha anche chiamato al telefono e mio padre gli rispose che io ero grande e facevo come volevo, che lui non c’entrava nulla. Credo che le stesse cose le abbia dette quando è stato sentito dai carabinieri come persona informata sui fatti”.

Di falso in falso, che mi dice della famosa lettera in cui scrive di suo pugno che deve all’imputato un sacco di soldi che le avrebbe prestato nel tempo. L'imputato dice anche che lei l'avrebbe avvertito che l'avrebbe denunciato per stalking se avesse provato a richiedere indietro il denaro?

“Che quel foglio è falso e la mia firma non è la mia: è fasulla. Nello scritto avrei dichiarato che gli devo 15mila euro perché mi avrebbe aiutato economicamente, ma tutto quello che c’è scritto non è vero e, soprattutto, la firma non è mia. Solo che quel foglio è stato utilizzato per avviare una causa civile a Santa Maria Capua Vetere, dove l’imputato mi ha sempre detto di avere molte conoscenze. Vedremo”.

L’imputato è accusato di averle bruciato l’auto, ma ieri in aula le è stato contestato di aver parcheggiato in un altro luogo rispetto al solito, come a voler indicare l’ipotesi che possa essere stato qualcun altro. Perché non ha parcheggiato al solito posto?

“Quella sera, visti i reiterati episodi di stalking e minacce dei quali ero stata vittima, ho avuto come un presentimento e ho deciso di parcheggiare in un punto più vicino a casa, che mi permettesse di fare il percorso più breve per rientrare nel imo appartamento e che fosse più sicuro. Se avessi messo l’auto nel parcheggio solito avrei dovuto fare più strada, con la paura di incontrarlo, entrare nel cancellino, percorrere un vialetto, arrivare all’androne, aprire il portone ed entrare. Parcheggiando sul retro della stabile era a due passi da garage e dalla sicurezza. Per questo ho parcheggiato in un posto diverso”.

È stato un esame e contro esame difficile?

“Mi sono sentita minacciata più volte, tanto che anche il pubblico ministero è dovuto intervenire per chiedere che le domande rivoltemi fossero fatte con modi e parole meno intimidatori. Questo è quello che ho percepito io”.

La Procura di Perugia ritiene che l’imputato avrebbe dato alle fiamme l’auto della sua ex (l’incendio aveva distrutto anche le due auto parcheggiate vicino) dopo che la donna, agente di polizia locale, lo aveva lasciato e si era trasferita a lavorare e vivere in Umbria. L’uomo è accusato di atti persecutori, danneggiamento e accesso abusivo a sistemi informatici. Il rogo risale al 12 marzo del 2023 ed è stato ripreso dalle telecamere di sorveglianza della zona residenziale nei pressi di Perugia. Il cellulare dell’imputato, inoltre, si sarebbe agganciato alla cella telefonica che si trova proprio nel luogo dell’incendio.

La Procura contesta all’uomo, difeso dagli avvocati avvocati Giuseppe Stellato e Fiorentina Orefice, anche di essere entrato in casa delle donna, di essersi impossessato delle credenziali dei social della stessa per controllarla e screditarla con messaggi e post. le era perfino entrato in casa di nascosto per impossessarsi di password e credenziali così da controllarla sui social e screditarla agli occhi di familiari e amici. Si torna in aula a luglio.

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