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Cronaca

Concorso all'Università: "La commissione non rispetta le quote rosa, voglio il risarcimento"

La rivolta della candidata che ha chiesto anche che la prova d'esame venga invalidata. La storia di un procedimento finito al Tar

di Umberto Maiorca

La commissione non è “rosa”, la prova d'esame va invalidata. È la singolare richiesta presentata da una concorrente dopo non aver superato l'esame scritto di un concorso pubblico, adducendo anche motivi medico-sanitari che le avrebbero impedito di usufruire dell'intero tempo concesso per la prova.

La vicenda è finita davanti al Tribunale amministrativo regionale con la candidata, assistita dagli avvocati Maria Laura Ficola e Luisa Gambelunghe in Perugia, contro l'Università degli Studi di Perugia. La ricorrente chiedeva «l'annullamento dell'avviso della Commissione esaminatrice per la classe di concorso … relativo alla selezione per l'ammissione al tirocinio formativo attivo relativo alle classi di abilitazione ... contenente la graduatoria dell’ammissione alle prove orali per l’accesso al corso del Tirocinio Formativo Attivo» in quanto presentandosi alla prova preselettiva si era trovata davanti  una «commissione esaminatrice composta di cinque membri, una donna e quattro uomini». Secondo il ricorso in violazione delle norme sulle “quote rosa”. 

Nel corso dello svolgimento della prova, inoltre, la candidata aveva avuto un problema sanitario e non aveva potuto usufruire interamente delle cinque ore «per l’espletamento della prova scritta». La candidata si era rivolta alla «consigliera regionale delle pari opportunità» per evidenziare «l’esistenza di un comportamento discriminatorio nei suoi confronti, alla luce della normativa in materia di pari opportunità e delle procedure imposte nell’ambito del nostro ordinamento a presidio  dell’effettività del divieto di discriminazione». 

Poi chiedeva «il risarcimento dei danni anche non patrimoniali a causa della discriminazione» all'Università e l'emissione di «provvedimenti adatti ad annullare tutte le decisioni di esclusione dalla stessa dall’accesso al tirocinio formativo». La consigliera regionale delle pari opportunità «ha ritenuto il comportamento della commissione come “discriminante di genere” nell’ambito lavorativo».

I giudici amministrativi hanno precisato che «la competenza in materia di TFA spetta alle università degli studi» e che la competenza di eventuali ricorsi è del Tar locale, ma la prima censura di merito «va disattesa» in quanto il concorso per l'accesso al Tfa non dà «accesso al lavoro» e, quindi, non rientra nella normativa che prevede «la riserva del terzo dei posti di componente la “commissione” al fine di garantire pari opportunità tra uomini e donne». 

Essendo poi nota la composizione della commissione, la candidata avrebbe dovuto eccepire prima dello svolgimento dell'esame, cioè «non può tardivamente dolersi di un pregiudizio sofferto dall’inosservanza della suddetta percentuale anche perché l’esame degli atti di causa non sorregge il fondamento delle censure di merito». Anche se per i giudici amministrativi bisogna prevenire qualsiasi «fattispecie di abuso o di richiesta di applicazione del medesimo in assenza dei presupposti che la legge stabilisce».

La consigliera di parità della Regione ha ritenuto «evidente la situazione di svantaggio rispetto agli altri non avendo (la ricorrente) più a disposizione lo stesso tempo per concludere la prova a causa di un evento che … abbia anche influito sulla sua concentrazione. Questi fattori sono ragionevolmente all’origine della votazione conseguita: … un solo punto inferiore a quelli richiesti per il superamento della prova …».

I giudici amministrativi hanno, però, constatato che «siffatte conclusioni non risultano sorrette dalla documentazione in atti e dalle affermazioni delle parti né contraddette debitamente» come impone la legge e «in nessuna delle suddette circostanze fosse stato rappresentato il minor tempo a disposizione per lo svolgimento della prova: anche al momento di consegnare l’elaborato, la ricorrente nulla aveva addotto circa lo svantaggio dovuto alla sospensione» in cui era incorsa. »Della situazione di disparità rispetto agli altri partecipanti che avevano usufruito delle cinque ore piene e senza alcuna interruzione» si legge nella sentenza del Tar «ha fatto menzione solo allorché ha preso visione dell’elenco degli ammessi alla prova orale rappresentando il comportamento discriminatorio come “di genere” della Commissione per non averla fatto fruire dell’intero tempo da dedicare alla stesura dell’elaborato».

Per il Tar non si può «fare alcun addebito della situazione nel suo insieme avendo la stessa appreso del pregiudizio “di genere” subito dall’interessata quando già aveva concluso i propri lavori di valutazione degli elaborati e di ammissione dei partecipanti alla prova orale». Non riavvisandosi nel comportamento della Commissione, quindi, «alcun presupposto discriminatorio “di genere”, il ricorso deve essere conclusivamente respinto per l’infondatezza di tutti i motivi, fermo restando il rigetto delle ulteriori domande risarcitorie per equivalente e di reintegrazione in forma specifica».

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