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INVIATO CITTADINO Il coltissimo professore dell'Unipg, Dante e Roberto Benigni

Un coltissimo "divertissement", quello proposto dal professor Carlo Pulsoni (apprezzato filologo romanzo ed esperto di cultura galega), nel volume atti del convegno "Il mio Dante di Benigni", uscito in memoria di Umberto Eco come numero 129 dei “Quaderni della rassegna”

Un coltissimo "divertissement", quello proposto dal professor Carlo Pulsoni (apprezzato filologo romanzo ed esperto di cultura galega), nel volume atti del convegno "Il mio Dante di Benigni", uscito in memoria di Umberto Eco come numero 129 dei “Quaderni della rassegna”.

Pulsoni (amico del dantista e studioso di dialetti Massimo Arcangeli) si diverte a scrivere “L’Inferno del Petrarca”, tra citazioni erudite e simpatiche provocazioni. Gioca, per esempio, ad accostare l’interpretazione del toscanaccio Benigni al più fervido cultore di Dante del Trecento: Giovanni Boccaccio. Rubando anche un passo del Benigni che aveva instaurato un interessante parallelo con un altro gigante della letteratura del periodo, affermando: «Petrarca non sbaglia mai».

Insomma: un Benigni raffinato esegeta dantesco, oltre che comico di vaglia. Lo ha dimostrato. Tanto che Pulsoni ci dialoga alla pari. Certe riflessioni di Pulsoni sono divertenti: “Sono convinto che nel suo intimo [Petrarca] si sentisse superiore a Dante, ma per il suo modo di essere non può arrivare ad affermarlo, e perciò non sopporta il suo conterraneo”.
Con divertenti conclusioni: “L’insieme di questi segni dimostra insomma un’attenta lettura del poema dantesco da parte di Petrarca. Mentre lo compulsa – magari davanti a un’immagine di Dante appeso per i piedi, come un ladro – scopre suo malgrado di apprezzarlo e ciò gli apre le porte del suo Inferno personale…”.

Per chiudere osservando: “Tutto parte insomma da un improvvido invio della Commedia da parte di Boccaccio. Con la stessa imprudenza del certaldese, chiudo queste pagine invitando pubblicamente Benigni a raccontare da par suo i rapporti fra Dante e Petrarca. Forse un titolo ad hoc della pièce potrebbe essere: “Non codici ma opere di bene”.

Il che dimostra – ancora una volta – che la cultura vera non è troppo seriosa, ma è quella che prende a spunto tesi e argomenti autorevolissimi per trarne un’osservazione arguta. Complimenti, dunque, al serissimo – ma non serioso – docente dello Studium perusinum Carlo Pulsoni.

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