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Una serata di sorrisi, satira e politica con un super "Boldrino" che ha sfidato il grande Braccio

Boldrino sfida Braccio: tra cultura, lirismo e irrisione. Presentate, alla sala consiliare del Comune di Magione, le sette raccolte poetiche del professor Enzo Coli, in arte “Boldrino”, latinista di vaglia ed ex politico illustre della Grifagna. Un consistente corpus, per ora, di 235 sonetti che fanno in tutto ben 3558 versi endecasillabi. “A breve uscirà un volume che tutte le raccoglie”, assicura l’illustre studioso di didattica del latino e di Properzio.

Sotto il grande dipinto dottoriano che rappresenta Fra’ Giovanni da Pian di Carpine alla corte del Gran Kan, si dànno il cambio Mario Mariuccini, per il Centro Sociale magionese, il sindaco Giacomo Chiodini e Mauro Donnini, amico e collega dello Studium Generale. Donnini, con colta ironia, presenta temi e stilemi della poesia che Enzo Coli distribuisce a piene mani, in corso Vannucci e altrove, donando ai vecchi amici le sue elucubrazioni. 

Tutt’altro che modeste, anche per i temi che toccano: da quelli intimisti (i nipoti, la famiglia, gli amici, il ricordo dell’infanzia, il rimpianto della giovinezza, la percezione dolorosa del “tempus fugit”) a quelli di interesse pubblico. È su questi ultimi che si gioca lo pseudonimo di Boldrino da Panicale (al secolo, Giacomo Paneri, XIV secolo), seguace di Giovanni Acuto, capitano di ventura, sempre disposto (per quattrini) a menar le mani.

Combattendo al soldo di Perugia, Boldrino ebbe in dono le chiavi della città: episodio che è rappresentato in sipario, da Mariano Piervittori, e custodito nel teatro Cesare Caporali di Panicale. Nell’interesse di Perugia, Coli si è sempre battuto nel suo fertile mandato amministrativo. E anche dopo.

A Coli, vecchio amico di università, chiediamo: “Perché hai scelto lo pseudonimo di Boldrino?” Risposta: “Per due ragioni. Una per opposizione e una per analogia. La prima risiede nel fatto che io sono piccolino, mentre si dice che lui fosse alto due metri e trenta. La seconda perché sono sempre stato, come Boldrino, molto combattivo”.

Prosegue: “Ho assunto quel nome nel lontano 1956, quando mi schierai dalla parte dei patrioti ungheresi che lottavano contro l’invasione sovietica. E in seguito a quei fatti ruppi i legami con l’allora partito comunista” (anche se al Comune fu assessore alla cultura insieme a Locchi e ad altri comunisti, con Raffaele Rossi vicesindaco, ndr). Locchi è tra il pubblico e ironizza su Boldrino, ricordando pagine di amicizia e di contrasti: e, incredibile, una volta tanto, ride! I sonetti che Coli dedica al commento delle sorti civili e amministrative della Vetusta sono al vetriolo.

Forte la polemica contro “Perugia 1416” e pungenti le ironie contro personaggi politici di livello nazionale. Con qualche indulgenza per Renzi e complicità per la Boschi (“guardate le riforme, non le forme!”), ma battute sprezzanti contro Salvini e altri verso i quali Coli professa la sua totale disistima. Ma ci sono spazi per la pietà (i naufraghi che trovano pace in fondo al mare), per il mondo dei deboli e bisognosi, verso i quali si lascia guidare da quel socialismo solidale e umanitario che ha
sempre connotato le sue posizioni. Stima, da laico incallito, anche per papa Francesco e per quanti aiutano il prossimo.

Insomma: Coli/Boldrino, pacifista e nonviolento, scopritore di San Matteo degli Armeni, difensore delle fontane cittadine, editore della “Storia di Perugia” del Bonazzi. Un uomo di cultura (della razza degli Abbondanza) prestato alla politica. Come, ancor oggi, ce ne vorrebbero. 

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