Viaggio nell'ultima trincea della battaglia al coronavirus: in terapia intensiva tra pazienti, macchinari ed eroi in camice

Le immagini diramate dall'azienda ospedaliera di Perugia per capire quanto sia complicato e doloroso fronteggiare il nemico invisibile che ha preso in ostaggio l'Umbria e l'Italia

Su quei letti, attorniati da macchinari di ultima generazione, ci sono uomini e donne che lottano contro quel male invisibile, il coronavirus, che ha preso interapia-intensiva-ospedale-perugia3-2 ostaggio l'Italia, l'Umbria. Non importa l'età, non importa quanta vita hanno vissuto o da dove provengano. Sono uomini e donne che devono essere salvati, sono uomini e donne intubati per consentire di respirare dato che il virus colpisce e crea una iper-infezione proprio ai polmoni. Non hanno fatto qualcosa di folle o di male per meritarsi questo calvario. Hanno semplicemente vissuto, si sono trovati forse nel posto sbagliato nel momento sbagliato. Il virus era lì ed è entrato nel loro corpo senza chiedere il permesso. Poteva toccare a noi, potevamo esserci noi su quei letti, tra macchinari, tubi dolorosi e medici e paramedici che sembrano degli astronauti per i paramenti-protettivi che devono indossare per evitare a loro volta di essere infettati e portare nelle loro famiglie il coronavirus. Ecco, a guardare bene le foto, sembra di stare in un reparto di un'astronave. Ma in realtà ci troviamo a pochi metri da casa nostra: ci troviamo nei vecchi e nuovi posti (allestiti con maestria per l'emergenza) delle terapia intensiva dell'Ospedale Santa Maria della Misericordia.

terapia-intensiva-ospedale-perugia9-2E' l'ultima trincea sanitaria dove si cerca di strappare alla morte i malati più gravi. E qui che trovano una collocazione, un senso quei ventilatori polmonari e quei monitor multifunzione di cui tanto si discute. E qui, più che altrove, che si capisce la dedizione, l'eroismo senza super-poteri e il bisogno reale di quelle mascherine e tutta la dotazione anti-contagio (usa e getta) per medici, infermieri ed Oss che spesso tarda ad arrivare o peggio ancora è inutilizzabile perchè npon conforme. Ogni macchinario ha un suono particolare, le voci degli operatori sono ovattate e centellinate, gli sguardi sono concentrati, si scrive con cura tutti i dati, tutte le sensazioni a riguardo dei pazienti che stanno su quei letti bianchi. Per ogni postazione vedi 4-5 persone che svolgono un compito, che somministrano farmaci sperimentali, che valutano parametri. Qui non c'è la distanza di un metro, qui non c'è tempo di pensare a se stessi, qui si combatte con le armi della medicina. La cosa drammatica è che non c'è un vaccino, non c'è un farmaco specifico. Si tenta con molecole che hanno testato per altri mali: come l'artrosi, per l'Hiv e per la Sars e l'Ebola.

Una lotta impari ma i risultati ci sono. Ben 15 guariti completamente, quasi 200 clinicamente guariti (ancora positivi ma senza più sintomi). Segnali terapia-intensiva-ospedale-perugia10-2incoraggianti. Ma qui in terapia intensiva a Perugia, come nel resto d'Italia, si muore anche: sono 37 le vittime nella nostra regione. La terapia intensiva è l'ultima trincea ed è quella più fragile  - per numero di posti e per il personale a disposizione - ma al momento grazie ad una task-force eccezionale in Umbria il sistema regge, si cerca di arginare il contagio: isolando più persone possibile.  Ci sono altre squadre, altri medici in azione.

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Cosa si prova a guardare queste foto? Difficile scriverlo. Ma hanno uno scopo - sono state rilasciate dall'azienda ospedaliera nel rispetto della privacy degli operatori sanitari e degli stessi pazienti -, ovvero far capire a chi si lamenta, a chi sbraita sulle norme anti-contagio comodamente seduto sul divano, che il coronavirus non scherza e quando può non fa prigionieri. Di coronavirus si muore anche. E c'è una grande differenza tra chi è su quei letti e chi come noi devono battere soltanto la noia e un po' di sconforto per il futuro economico che ci attende, magari scrivendo sui social e commentando qualsiasi normativa che viene diramata. 

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