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Umbria Jazz blindata, piazze a numero chiuso e controlli: "No ai check point, non siamo in guerra"

Riceviamo e pubblichiamo la nota del Circolo Island sulle nuove misure di sicurezza per Umbria Jazz

Riceviamo e pubblichiamo la nota del Circolo Island sulle nuove misure di sicurezza per Umbria Jazz

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“Non ci sarà più totale e assoluta libertà; Qualche limitazione tornerà utile affinché tutto avvenga senza problemi”. E ancora: “In questo momento storico la gente ha bisogno di sicurezza e la polizia è in strada proprio per questo”. Queste le dichiarazioni con cui il questore di Perugia ha commentato le ordinanze emanate in regolamentazione degli eventi estivi in città, che prevedono la recinzione delle piazze in cui si terranno i concerti, con controlli all'entrata ed all'uscita per limitare il numero degli spettatori e delle spettatrici, attraverso pre- filtraggio (stile stadio) con conta persone e perquisizioni.

San Francesco al prato, così come piazza IV novembre ed i giardini Carducci, si trasformano quindi da luoghi pubblici a spazi circondati da transenne, con blocchi di polizia ad ogni entrata che ne filtrano gli ingressi. Tutto ciò è follia.

 Gli auspici della questura non stanno in piedi e non sono spiegabili pragmaticamente. Una piazza aperta non può essere concepita come un teatro o uno stadio in cui i posti sono limitati, in quanto spazio circoscritto. Chiunque abbia attraversato il centro di qualsiasi città, come quella di Perugia si rende conto che con quattro vie principali di accesso/uscita permette tranquillamente di assistere a concerti mediamente partecipati e di garantire in ogni caso il libero flusso della piazza.

Transennare le piazze altro non fa che limitarne l'accessibilità e costringere le persone al loro interno come in un recinto, è per questo che siamo convinti che questo dispositivo non funzioni. Tutto questo avviene a seguito della follia esplosa in piazza San Carlo a Torino in occasione della finale di Champions League, dove ingenti presenze di forze dell'ordine non hanno comunque potuto impedire che un semplice falso allarme provocasse centinaia di feriti e persino un morto. Come abbiamo avuto conferma nei giorni seguenti la notte della finale, non è in nessun modo negli interessi e nelle capacità della polizia quello di mantenere la tranquillità nelle piazze, ma proprio il contrario. Lo confermano una ragazza di 19 anni fermata durante i controlli e picchiata in questura, perchè riconosciuta come attivista, le cariche a freddo nelle piazze dei giovani ed i locali dei commercianti devastati dai reparti antisommossa. (altro che tutela del decoro urbano)

Se questa è la sicurezza a cui fa riferimento il nostro questore, rispondiamo di non averne assolutamente bisogno.

Sappiamo bene che i tempi che corrono richiedono ai “tutori dell'ordine” di serrare i ranghi; il decreto Orlando-Minniti con la scusa del terrorismo sta tentando sempre più di isolare le persone, con sempre più polizia in giro per le strade: si rastrellano le stazioni a caccia di migranti “irregolari”, si assaltano le piazze dei giovani con i reparti antisommossa, si distribuiscono fogli di via e daspo urbani a giovani precari e precarie, con la sola colpa di aver partecipato a qualche dimostrazione in difesa del territorio o per semplici comportamenti ritenuti “indecorosi”, si riaprono sotto mentite spoglie i lager a cielo aperto per i/le clandestini/e e si reprime brutalmente qualsiasi forma di dissenso.

Il disegno è chiaro da tempo, in tempo di disoccupazione dilagante, allargamento della forbice tra ricchi e poveri e devastazione di ogni forma minima di welfare i potenti si devono tutelare ed i poveri è meglio che si scannino tra loro e dove non arriva il razzismo, ci pensa la repressione.

 Se è di sicurezza che abbiamo bisogno, non si tratta sicuramente di quella che dicono di darci con la polizia per le strade o con i divieti nelle piazze, ma piuttosto riprendendoci spazi e momenti di socialità per parlare, confrontarci ed abbattere magari quei pregiudizi e quelle paranoie in cui ci hanno immerso e soprattutto riscoprendo pratiche solidali e di cooperazione.

Non vogliamo accettare di attraversare le nostre piazze ed i nostri spazi passando per check point come fossimo in guerra. Vogliamo esser libere e liberi di vivere le nostre piazze, senza sentirci privilegiati per questo.                                   

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