STORIE PERUGINE C’era una volta Turrenetta, luogo dai mille volti, oggi da salvare… ma 300 mila euro sono pochi

La Turrenetta chiuse i battenti e non conobbe più pubblico a nessun livello. Ma oggi si ripresenta una possibilità di rinascita, auspicabile, anzi essenziale per la rivitalizzazione del centro storico

"copyright: Sandro Allegrini, Marisa Vicini e Morlacchi editore"

C’era una volta Turrenetta, luogo dai mille volti, oggi da salvare… ma 300 mila euro sono pochi. Eppure quella struttura potrebbe raccontare ai perugini più giovani una vicenda che si dipana, in maniera imprevedibile e polimorfa, attraverso la storia perugina, in una straordinaria varietà di utilizzi e funzioni. Conoscendola nei dettagli, mi accingo a raccontarla. E a spiegare perché quel denaro è insufficiente.

La Turrenetta nasce nella sua prima veste di night club, ruolo che svolse per diversi anni con successo… decrescente. Il fatto è che mancava la discrezione. Gli uomini – in genere signori maturi e di robusta situazione economica – si accompagnavano a signorine disponibili che venivano pagate “a tappo”. L’Inviato Cittadino – allora studente del Mariotti – ebbe la sorte di suonare il quel locale e di coglierne le caratteristiche. Venivano proposti spettacoli, esibizioni di ballerine e varietà. Una vera star era il cantante Benito Vicini (detto Nito), che si esibiva con umorismo (pensiamo al suo noto “Veleno”), ma anche con cadenze melodiche o jazz. Noi musicisti accompagnavamo, fornendo un sottofondo a queste esibizioni. Ed ecco la spiegazione del compenso “a tappo”. Le “entreneuses” percepivano una percentuale per ogni bottiglia consumata col cliente. 

A fine serata, consegnavano i tappi al gestore e recepivano la paga. Confesso di aver visto, più di una volta, queste signore versare nel secchiello lo champagne, sia per non ubriacarsi che per indurre l’interlocutore a ordinarne un’altra bottiglia. Ma il night finì, anche per le indiscrezioni diffuse da camerieri, guardarobieri, barman e dipendenti: il giorno dopo, tutta Perugia sapeva che Tizio o Caio erano stati al Nigh La Turrenetta. E questo, naturalmente, infastidiva quanti potevano permettersi una scappatella o una serata diversa. Così, per evitare pettegolezzi, decidevano di recarsi altrove.
 

In seguito, la Turrenetta fu adibita ad altre e varie funzioni. Una fra le più importanti fu quella teatrale. Come molti ricordano, divenne il teatro cui faceva capo il gruppo del drammaturgo e regista Artemio Giovagnoni. Qui venivano montate e proposte commedie divertentissime, spesso con una coloritura dialettale perugina. Giovagnoni si era allontanato dal gruppo della Fonte Maggiore, politicizzato e fortemente orientato a sinistra. Il Maestro Artemio Giovagnoni, scultore, medaglista, docente all’Accademia Pietro Vannucci, la pensava diversamente: era credente, amava una dimensione teatrale “leggera”, pur non disdegnando capolavori drammatici, scritti di suo pugno, come “Quel ragazzo del 99”, con protagonista il giovane Paolo Nicolia e tanti altri suoi attori, fedelissimi, come Fausta Bennati.

Altra funzione cui assolse La Turrenetta fu quella di cinema, alla cui platea si aggiungeva una piccola galleria (invero, non a norma).Locandina commedia Giovagnoni, realizzata da Mariaaelisa Leboroni (1)-2 È da ricordare che Turreno e Turrenetta anticiparono a livello nazionale la nascita delle multisala. La Turrenetta proponeva una programmazione di nicchia: al Turreno i filmoni come “Ben Hur”, nella piccola sala, invece, Antonioni e cinema d’essai. Poi la crisi e la trasformazione in un mix fra dancing e sala giochi, con flipper e macchinette mangiasoldi. Infine, la caduta definitiva e la chiusura, che anticipò di qualche anno anche quella del Turreno, con la capiente platea, la prima e seconda galleria, i palchi laterali. Al Turreno c’erano stati anche grandi spettacoli di varietà con compagnie di rilievo nazionale. Ricordo personalmente di averci visto il comico Nino Taranto, Carlo Dapporto, Marisa del Frate. Ma c’erano passati anche Totò e Macario.

La Turrenetta chiuse i battenti e non conobbe più pubblico a nessun livello. Ma oggi si ripresenta una possibilità di rinascita, auspicabile, anzi essenziale per la rivitalizzazione del centro storico. Ma veniamo al discorso sull’insufficienza dei fondi stanziati. Ricordo complessivamente la struttura del locale: una lunga e contorta scalinata per raggiungere sala e galleria, poste a una certa distanza dal piano strada, con ingresso in via del Sole. Ma si poteva accedere anche da scalette nell’atrio del Turreno, vicino alla biglietteria.

L’uscita di sicurezza (ci conferma l’attore Gian Franco Zampetti, che lavorò a lungo col gruppo di Giovagnoni), coincideva con l’ingresso artisti e sfociava in via Bartolo. Ora i conti sono presto fatti. Si tratta di intervenire massicciamente sulle scalette d’ingresso in via del Sole: anguste, tortuose, in parte costituite da elementi di cemento prefabbricato (vedi foto in gallery). Dunque non a norma. Anche l’ingresso da dentro il Turreno è tutto da rifare. Lo stesso vale per l’uscita di emergenza in via Bartolo che stava dietro al palcoscenico e vicino allo studiolo di Giovagnoni, collegato da un budello alla biglietteria.

Poi gli impianti: ovviamente tutti da rifare. Sia quello elettrico che il sistema di riscaldamento, che non è mai esistito. Ricorda Zampetti: “Avevamo abusivamente realizzato dei buchi sul soffitto per godere, almeno in parte, del calore della sovrastante platea del Turreno”. Poi c’è da sistemare la sala a sinistra della discesa da via del Sole. A fine utilizzo, vi furono messe flipper e macchinette mangiasoldi. Vi fu anche realizzata una mostra di scultura di Giovagnoni. Poi la questione dei bagni, tutti da inventare. Ce n’era uno, piccolo, scomodo e unisex, all’inizio delle scalette dell’ingresso in via del Sole. Oggi sarebbe impensabile pensare a un suo utilizzo. E ancora: la questione dell’handicap: occorrerà realizzare uno scivolo apposito.

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Infine la situazione della galleria. Non è a norma e deve divenire autoportante. Il che significa demolirla per intero e ricostruirla secondo le vigenti norme di sicurezza. Certo è che la riapertura della Turrenetta – da destinare a spettacolo cinematografico/teatrale o a sala polivalente, per eventi coreutici e culturali – sarebbe un fatto positivo. Sia per la città, che per quanti – come chi scrive – ne ricordano con gioia le funzioni. Ma di certo quei 300 mila euro non basteranno e andranno almeno raddoppiati. Quel recupero val bene uno sforzo economico ulteriore.

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