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Truffa, riciclaggio e maxi evasione, il "prestanome" finito in carcere sceglie il silenzio davanti al giudice

Interrogatori di garanzia a carico degli indagati finiti nel mirino della Guardia di Finanza nell'operazione Great Energy

Interrogatori di garanzia a carico degli indagati nella maxi inchiesta "Great Enenergy" della Guardia di Finanza, in collaborazione con l'ufficio Doganale e coordinate dalla procura di Perugia, volta a smascherare un sistema di scatole cinesi, prestanomi e riciclaggio di denaro, reso possbile - secondo le indagini - grazie a un sofisticato sistema messo in auge con la collaborazione di un legale, finito agli arresti domiciliari. Nove le misure cautelari, di cui due in carcere, firmate dal gip Piercarlo Frabotta e un sequestro preventivo di 29 milioni di euro. L'accusa è di associazione per delinquere finalizzata ai reati tributari tra cui bancarotta fraudolenta, ma anche riciclaggio, truffa ed evasione di accise e di Iva pari a 20 milioni di euro.

Intanto ieri, alla presenza del suo legale - l'avvocato Francesco Areni - è stato interrogato il presunto "testa di legno", un 42enne albanese considerato il prestanome delle società operanti nel campo della fornitura di luce e gas e raggiunto dalla misura cautelare della custodia in carcere. Dinanzi al gip si è avvalso della facoltà di non rispondere. Gli interrogatori sono proseguiti anche nella giornata di oggi. Domani invece è previsto l'interrogatorio a carico del legale - difeso dagli avvocati Franco Libori e Cristian Giorni anche lui raggiunto dalla misura cautelare ma agli arresti domiciliari, che per l'accusa sarebbe stato promotore e consulente del sistema fraudolento. 

Il processo fraudento - è stato ricostruito nelle indagini - parte dalla prima azienda che richiede all'agenzia delle Dogane di Perugia l'autorizzazione ad erogare i prodotti energetici, dichiarando di possedere un irrisorio pacchetto clienti e versando quindi una cauzione minima.  Le indagini hanno portato a galla come la società avrebbe in realtà iniziato subito ad operare ma con un pacchetto di clienti molto superiore a quello dichiarato, e in parte rilevato da società in via di fallimento. Poi, trascorso poco più di un anno, quindi alla scadenza del pagamento delle imposte, veniva trasferito a una seconda società appena nata sostituendosi all'altra nell'erogazione dei servizi e ingannando anche i clienti che non sono mai stati informati del cambio di società.

Il terzo passaggio per chiudere il cerchio avviene con una terza società intestata a prestanomi che amplia il proprio fatturato grazie all'acquisizione del cospicuo pacchetto clienti e di una importante società storica del settore, in via di dissesto e lasciandola fallire. Dalle indagini è emerso come una parte del denaro trasferito negli Emirati Arabi venisse poi reinvestito in Italia in due diverse società operanti nel settore nautico ed energetico. E questo grazie a un passaggio di denaro attraverso la simulazione dei contratti di fornitura con una società residente degli Emirati ma che in realtà era di uno dei due imprenditori. Questo passaggio, non prima di aver "svuotato" le casse dell'ultima azienda di ben 9 milioni. Agli indagati è stato sequestrato anche un mega patrimonio di 29 milioni di euro tra conti correnti, auto, beni immobili e mobili.

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