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Salva per miracolo dopo essere stata travolta da un treno: la seconda vita di Victoria

La donna ha subito menomazioni molto importanti ma per fortuna è scattata una gara di solidarietà senza precedenti per acquistare una sedia a rotelle speciale e per l'assistenza giornaliera. Una grande lezione di solidale umanità

di Sandro Francesco Allegrini

Dalle ucraine attive a Perugia, una grande lezione di solidale umanità. Victoria, un bella donna circassa di 43 anni, fisioterapista nel suo Paese d’origine, era venuta in Italia per guadagnare quel tanto che bastasse a migliorare le prospettive di vita del figlio ventiduenne, rimasto in Ucraina. Come si ricorderà, l’11 giugno scorso è finita sotto un treno, a Fontivegge, trascinata per un lungo tratto, ridotta a un troncone umano.

Le conseguenze? Amputazione di entrambi gli arti inferiori, operazioni alla testa e al tronco. E ancora dovrà subirne altre. Qualcosa di più che semplici “ritocchi”. Faceva la badante da un paio di mesi, sebbene in condizione irregolare. Proprio il giorno della disgrazia, era andata a trovare, e a consolare, un giovane operato nel suo Paese e rimasto paraplegico. Lo confortava con le parole: “Vedrai che andremo a ballare insieme”.

Poi, l’11 giugno, poco prima delle 20, la tragedia, mentre attraversava la passerella del secondo binario, a Fontivegge. Victoria è ancora in ospedale, amorevolmente assistita da connazionali che si alternano al suo fianco, dalla mattina alla sera. Sono loro a donare il sangue, come richiesto dall’ematologia. Alcune lo hanno fatto per la prima volta, un po’ timorose.

Le ha coordinate la brava Larisa, la moldava che presiede l’associazione “Donne dell’Est”, della Consulta degli immigrati di via Imbriani. Sono state le compagne a raccogliere il denaro per l’acquisto della carrozzella, fatta venire (con lo sconto) attraverso la Francia, coi buoni uffici di padre Vassilj, il loro prete, che sta facendo l’impossibile.

Intanto, le donne si sono quotate per contribuire alla raccolta delle somme utili a far venire a Perugia il figlio, che ancora non l’ha rivista. L’opera del sacerdote è di sostegno morale e religioso, ma anche materiale. Per fortuna che c’è la fede ad aiutare queste donne, lontane da casa, stressate da un lavoro ingrato, cui non possono sottrarsi. Infatti, “giù” hanno figli da far studiare, parenti da curare. “Perché – spiegano – da noi si pagano i medici, il letto, le lenzuola, le medicine, l’infermiera. Se non hai denaro, è finita. E poi la vita è cara perché lo stipendio medio, magari, è meno di 100 euro, ma si sa che tante famiglie hanno le donne all’estero che rimandano i soldi per tutti”.

Victoria non è in regola, deve curarsi. Sta ancora in ortopedia. Dopo la guarigione, occorrerà comprare le protesi, c’è l’addestramento per imparare a camminare. Certo, non potrà più lavorare, ma al suo Paese dice di non voler tornare. Eppure, malgrado tutto, sorride: carnagione scura, occhi grandi, capelli rasati per l’operazione alla testa. “Il mio maggiore cruccio dice – è quello di non poter vedere il mare!”. “Pensa a guarire – dicono le compagne – poi ti ci portiamo noi!”. 
 

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