Tradizioni monteluciane di ferragosto, tra fiera, fischietti, cocomero e basilico gentile

Quest’anno il Ferragosto rende proprio onore al suo nome. Non tanto Feriae Augusti (questa la corretta derivazione dal mondo romano antico), ma un vero agosto “di ferro”, date le temperature che abbiamo dovuto sopportare. Ma, come sempre, per il 15 agosto cadranno due gocce e ci sarà il tanto desiderato abbassamento delle temperature. Accade così da secoli e accadrà ancora. Per i monteluciani, e i perugini in genere, il ferragosto è anche solennità liturgica, ricordando l’Assunzione in cielo di Maria Vergine. 

A Monteluce, dopo il grande concerto del 13 per ricordare Mauro Chiocci, dal 14 sera, la “Luminaria magna” (ossia la solenne processione dalla cattedrale alla chiesa parrocchiale) e poi la classica lotteria, il cocomero e i fischietti (Serena Cavallini li ha preparati, come al solito). Oltre al teatro nella nuova piazza Cecilia Coppoli, e tanta voglia di stare insieme. Mangiando una fetta di cocomero, anche se il cocomeraro, in mancanza di affari, non viene quasi più.

Il Ferragosto monteluciano è soprattutto basilico “gentile”, un tempo donato in coccetta dall’innamorato a promettere alla sua bella amore eterno e… matrimonio. Dall’antico, lo preparavano le suorucce clarisse di Sant’Erminio e Giacomo Santucci ne ricordava gli odorosi effluvi. Oltre, naturalmente, alla fiera (oggi praticamente finita) e la “magnata” al Toppo. Una volta si mangiavano torta al testo, pollo all’arrabbiata, baccalà in umido, pomodori ripieni, oca arrosto, patate, insalata, cocomero. E si teneva il mercato del bestiame. Perché il bove era un egregio sostituto del trattore (ancora quasi inesistente), andava a erba e non inquinava. 

Anzi: le deiezioni di buoi, vitelli, vaccine, cavalli e ovini (in numero, si dice, di almeno 5000) costituivano la ricompensa per il padrone del terreno. Le raccoglieva e le usava come fertilizzante, rivendendolo anche, se gli avanzava. Il rito della distribuzione del basilico richiama il mito di papa Leone IV che riesce a scacciare il drago Basilisco (una specie di Sfinge, divoratrice di uomini) semplicemente agitando un rametto di basilico. Basilikòn (genere neutro) che, derivando dal greco antico, significa “erba degna di un re” e addirittura “magica”. Un dipinto murale a San Matteo degli Armeni ce ne rende visiva testimonianza.

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Oltre al basilico (da odorare, più che da utilizzare in cucina) i giovanotti donavano il torcolino all’anice, morbido e profumato. La distribuzione avveniva – come ancor oggi accade – nella loggetta ai piedi del campanile. Era una comunione golosa che univa nello stomaco e nel cuore.E l’anno successivo avrebbe ritrovato i “promessi” uniti e con prole. Qualche volta.

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