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Scandalo Piccolo carro: a giudizio i responsabili, ma il giudice taglia fuori l'Asl

La cooperativa avrebbe gestito delle strutture per minori senza averne titolo e prendendo soldi pubblici

Rinviati a giudizio i responsabili della cooperativa Piccolo carro, ma le sei Asl costituite sono state tagliate fuori dal processo.

La cooperativa era finita nel mirino della Procura per la gestione delle strutture residenziali con ospiti minori a carattere di attività terapeutico - sanitaria, senza però - è questa l'accusa - averne le autorizzazioni. Nelle varie sedi dislocate da Perugia a Bettona, sarebbero stati erogati prestazioni di tipo terapeutico sanitario; per ogni paziente minore ospite la struttura riceveva 400 euro al giorno anche in virtù della valenza sanitaria della prestazione (requisiti però che non avrebbe posseduto) rispetto a quella esclusivamente a carattere socio – educativo.

Il giudice per l’udienza preliminare Piercarlo Frabotta, nel rinviare a giudizio gli imputati, però, ha escluso le sei Asl che si erano costituite parte civile, sono state escluse in quanto il fatto, cioè il reato di truffa, non sussiste.

Le ipotesi di reato riguardano presunti episodi di truffa aggravata e frode nelle pubbliche forniture. Dalle indagini della guardia di finanza è emerso, infatti, che moglie e marito, rispettivamente presidente e vicepresidente della coop, ospitavano in cinque strutture gestite dalla cooperativa tra Perugia, Assisi e Bettona minori affidati dai servizi sociali senza però avere le necessarie autorizzazioni per svolgere attività terapeutico-sanitaria.

Dalle carte della Procura era emerso che, la cooperativa avrebbe potuto fornire solamente servizi socio-educativi, per il quali disponeva delle autorizzazioni del comune. Dai sopralluoghi effettuati dall' Azienda sanitaria locale e dai Nas “nelle strutture venivano erogate con continuità, verso ospiti minorenni, prestazioni di tipo socio/sanitario, per mezzo di una organizzazione propria, interna alla cooperativa stessa, composta da infermieri, medici, psichiatri, che non solo provvedevano alla somministrazione di importanti terapie farmacologiche, ma assumevano anche autonome decisioni in ordine alla prosecuzione, alla modifica o alla interruzione delle stesse”.

Piccolo Carro si era difesa attraverso una nota regionale che indicava la cooperativa come “soggetto titolare e gestore di comunità educativa a valenza terapeutica”. Ma la tesi sembra non reggere. Il dirigente regionale che aveva firmato il documento ha invece disconosciuto la firma, spiegando: “le iniziali in calce alla nota sono le mie, ma ritengo che non sia stata redatta da me, anche perché non avevo le competenze per scrivere un simile contenuto”. La dipendente regionale che avrebbe redatto il testo aveva negato: “Non esiste in Umbria una comunità socio-educativa a valenza terapeutica giuridicamente normata e autorizzata” ha dichiarato

Gli imputati, difesi dagli avvocati Giancarlo Viti, Gianni Zurino, Sandro Picchiarelli e Mario Tedesco, dovranno comparire davanti al giudice monocratico l’8 ottobre del 2020 per la prima udienza dibattimentale.

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