Martedì, 22 Giugno 2021
Cronaca

Storie perugine: perchè si chiamano "fave dei morti", alla scoperta dei nostri tradizionali dolci

A Perugia, nei primi giorni di novembre, è consuetudine consumare le cosiddette “fave dei morti”. Secondo la tradizione, le fave costituivano un mezzo di comunicazione diretto tra l'Ade, ossia il mondo dei morti (immaginato sotto terra), e quello dei vivi

A Perugia, nei primi giorni di novembre, è consuetudine consumare le cosiddette “fave dei morti”. Secondo la tradizione, le fave costituivano un mezzo di comunicazione diretto tra l'Ade, ossia il mondo dei morti (immaginato sotto terra), e quello dei vivi. Alcuni spiegano l’accostamento col colore del fiore della fava, bianco maculato di nero. Il nero, simbolo del mistero, è disposto al modo della lettera greca "tau" (la nostra T), la prima lettera di "Tanathos", che significa, appunto, “morte”.

Nell’antichità si pensava che le fave fossero sede dell’anima dei morti ed è per questo che il filosofo e matematico Pitagora, inseguito dai nemici, fu facilmente raggiunto poiché non osò inoltrarsi e nascondersi in un campo di fave, proprio per non “calpestare” le anime dei defunti. Dunque, mangiare le “fave dei morti” è una specie di comunione golosa coi trapassati. Per la tradizione cristiana, il giorno dei morti fu ufficialmente collocato il  2 Novembre, unendosi al 1°, festa di Ognissanti (ovviamente “passati” a miglior vita).

Si credette, dunque, che in quel giorno i defunti potessero ritornare tra i vivi, recandosi dai parenti ancora in vita. E i dolcetti si preparavano anche per offrirli a loro, oltre che per consumarli direttamente. Anche la tradizione delle zucche, incise in forma di cranio e con la candela all’interno, è l’equivalente della cosiddetta – e oggi consumistica – festa di Halloween. Un tempo, per l’occasione, in campagna si mangiavano le fave essiccate e conservate. Poi venne l’idea di preparare quelle dolci.

La frase “dolcetto o scherzetto” nelle nostre campagne corrispondeva al  “gi a cicattlone”, ossia andare all’accatto di uova, grasso, insaccati, frutta secca, fichi, castagne, tarallucci. La festa del consumo conseguente era detta “ciccicocco”. Tradizione analoga alla cerca del carnevale. I bambini cantavano canzoncine e invitavano le famiglie visitate a offrire qualcosa.

Altra tradizione risalente al mondo etrusco (ne sono stati trovati nelle tombe) è quella degli “ossicini dei morti”, forme rituali in figura d’osso, realizzati con zucchero e mandorle. La preparazione delle fave dolci prevede l’impasto con albume e farina di mandorle, dolci e amare. Per le amare c’è oggi qualche difficoltà, perché la commercializzazione ne è vietata, dato che sarebbero tossiche per via del contenuto di acido prussico (cianuro). Le vetrine della città già sono piene di queste golosità.

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