Speciale cure sperimentali | Nuova ricerca a cui guarda con interesse anche l'Umbria: il farmaco Ruxolitinib (Jakavi)

A Livorno c'è una sperimentazione su pazienti malati di Covid19 che ha permesso forti miglioramenti ed ha fatto evitare il passaggio al reparto di terapia intensiva. Ecco lo studio

A livello Europeo, in base ai dati forniti dall'Agenzia del Farmaco, sono 40 i medicinali testati in via sperimentale per arginare o debellare il coronavirus che sta mietendo vittima in tutto il mondo ed ha preso in ostaggio l'Italia e l'Umbria stravolgendo la vita dei cittadini e abbattendosi come uno tsunami sull'economia. Di questi 40 gli unici ad aver dato dei segnali considerati incoraggianti - ma servono più dati e maggiori riscontri - sono poche molecole, utilizzate per altre patologie e per altre gravi infezioni: si tratta i due anti-malarici, due tipologie anti-virali utilizzati per l'Hiv, un antivirale studiato per l'epedemia di Ebola e un anti-reumatico. Tutti farmaci che sono utilizzati anche in Umbria - leggi la relazione della virologa Francisci della task-force sanitaria umbra - sia a malattie infettive che nei centri specializzati Covid. Qualcosa si sta muovendo - ma siamo solo all'inizio - anche nella vicina Toscana.

A Livorno c'è una sperimentazione su pazienti malati di Covid19 che è guardata con grande interesse anche dalla Regione Marche e da quella dell'Umbria. Ma di che si tratta? Piccola premessa fondamentale: al momento gli ematologi toscani hanno effettuato la sperimentazione su 4 pazienti dai 28 ai 73 anni e gli esiti sono positivi, clinicamente parlando. L'aspetto più importante è che, già dopo 3 giorni, l'infenzione è calata abbassando il livello di criticità del paziente. Uno dei dati più importanti della ricerca Toscana - diretta Enrico Capochiani direttore di Ematologia dell'Asl Toscana Nordo Ovest - è quello che con questo metodo si riusciti ad evitare il passaggio, al momento e su questi pochi casi, in terapia intensiva con tanto di intubazione e sedazione.

Coronavirus, sale il numero dei guariti. I farmaci, le modalità e le spiegazioni

Dall'inizio dell'emergenza abbiamo capito che proprio i reparti di terapia intensiva - per via del numero letti e strumentazione a disposizione - sono sia l'anello fondamentale della catena per salvare vite che quello più fragile, quello più rischio. Finita la premessa. Il farmaco che alimenta la speranza è Ruxolitinib della Novartis, prodotto in pasticche, commercializzato con il nome Jakavi. La scheda tecnica : "indicato per il trattamento della splenomegalia o dei sintomi correlati alla malattia in pazienti adulti con mielofibrosi primaria (nota anche come mielofibrosi idiopatica cronica), mielofibrosi post policitemia vera o mielofibrosi post trombocitemia essenziale. Jakavi è indicato anche per il trattamento di pazienti adulti con policitemia vera che sono resistenti o intolleranti a idrossiurea".

Il Ruxolitinib, in letteratura medica, viene utilizzato anche per alcune forme tumorali e per malattie rare. E' stato sperimentato per la sua conclamata capacità anti-infiammatoria. Dalle osservazioni mediche - su alcuni casi - chi aveva bisogno è tornato a respirare in completa autonomia; la febbre è scesa. Ma c'è un ma... importante. Non stiamo parlando di guarigione e di farmaco definitivo. Ma di un eventuale aiuto importante ad arginare gli effetti più devastanti del coronavirus. Per questo, in maniera diffusa, serve un vaccino testato e convalidato dalle autorità scientifiche mondiali. I casi in questione sono stati selezionati per specifiche caratteristiche rispetto ai tanti malati.

"I pazienti già trattati - spiega il dott. Enrico Capochiani - avevano malattia di recente insorgenza con dati clinici confermanti la polmonite da Covid-19, ma con un quadro ancora non evoluto verso la respirazione polmonare assistita, anche se le condizioni cliniche facevano già intravvedere il ricorso imminente alla terapia intensiva ed una prossima intubazione. Il primo paziente trattato è in procinto di superare qualunque forma di respirazione assistita, la seconda è in deciso miglioramento e gli ultimi due, che hanno iniziato da poco, sembrano seguire il medesimo decorso. In questa prospettiva i dati che la letteratura scientifica ha presentato nelle ultime settimane, sembrano suggerire che i quadri Covid-19 che evolvono negativamente con necessità di supporto rianimatorio, abbiano molte caratteristiche simili alle reazioni immunitarie derivanti da patologie ematologiche e che, conseguentemente, possano essere efficaci i medesimi trattamenti".

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Il professore Capocchiani è stato chiaro: "Dobbiamo bilanciare la necessità di restituire analisi rigorose con la necessità di trovare soluzioni tempestive. Questa malattia non la vinceremo con unico strumento terapeutico". Siamo ancora lontani, serve un vaccino, ma si devono pur fare tentativi per salvare più persone possibili. 

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