Incassa 1 milione di euro in contributi pubblici e non paga le tasse, azienda perugina condannata a risarcire l'Erario

Soldi statali per ricerche scientifiche mai compiute e per pagare viaggi, convegni e materie prime per la produzione ordinaria. Stangata della Corte dei conti, ma l'azienda è fallita

Un’azienda che opera nel settore della lavorazione di marmi e pietre usufruisce di oltre 1 milione di euro di finanziamenti pubblici per ricerche scientifiche ed evade il fisco con una lunga serie di fatture false. Ora arriva la stangata della Corte dei conti che condanna l’azienda a restituire 1.112.961,66 euro (anche se la ditta è ormai fallita).

La Procura regionale presso la Sezione giurisdizionale Umbria, sulla base di una relazione della Guardia di finanza ha citato l’azienda per “danno erariale per indebita percezione di contributi nazionali. Si trattava, in particolare, di accertamenti relativi all’utilizzo delle provvidenze pubbliche erogate dal Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca, secondo la procedura automatica, in favore di piccole e medie imprese che avevano sostenuto costi per progetti o commesse di ricerca industriale”.

Le agevolazioni erano concesse sulla base di un’istruttoria semplificata e le relative erogazioni, nella misura del 50% dell’importo dei contratti di ricerca fino a un massimo di 206.582,76 euro annui, venivano disposte o come credito d’imposta (mediante utilizzazione in compensazione delle imposte dovute all’Erario) o come contributo a fondo perduto fino al 2004.

Secondo la finanza e la Procura contabile l’azienda “aveva beneficiato nel corso degli anni di contributi pubblici, sotto forma di credito d’imposta, derivanti da convenzioni di ricerca stipulate con il Consorzio CIMIS (cer-tificato dal Miur quale ricercatore) e con il Dipartimento di Ingegneria Industriale di Perugia, utilizzando il corrispondente credito d’imposta per un ammontare totale di 1.112.961,66, ritenuto dalla Procura regionale danno erariale poiché relativo a contratti di ricerca non adempiuti o adempiuti in modo difforme rispetto alla documentazione, il tutto anche mediante l’utilizzo di fatture false”.

Dalle carte dell’accusa emergeva che l’azienda incassava gli importi previsti, “senza prevedere una scadenza, ma la durata necessaria allo svolgimento del programma” salvo mettere “fattura ritenuta fittizia dalla G.d.F.” portando tutto in detrazione. Sotto accusa sei ricerche svolte per conto dell’Università di Perugia, regolarmente pagate e fatturate allo stesso modo, secondo l’accusa. Spesso l’Università “non è stata in grado di documentare la rendicontazione della spesa della ricerca commissionata, per cui si deduceva che la ricerca non sarebbe stata eseguita e che le relative fatture fossero fittizie”. Non solo, secondo la Procura contabile “la maggior parte delle spese” avrebbe riguardato l’acquisto di materiali per la produzione ordinaria e per “viaggi in Italia e all’estero per convegni, missioni e consulenze di professionisti, l’acquisto di materiale informatico e di biglietti da visita”.

I giudici contabili hanno accolto la ricostruzione della Procura contabile e hanno condannato l’azienda a pagare all’Agenzia delle Entrate 1.112.961,66 euro e al pagamento delle spese di giudizio, liquidate in 236,92 euro.

In Evidenza

Potrebbe interessarti

I più letti della settimana

  • In forma dopo i 40/50 anni, ecco la dieta giusta

  • Coronavirus in Umbria, la mappa al 21 novembre: tutti i dati comune per comune

  • Coronavirus in Umbria, la mappa al 25 novembre: tutti i dati comune per comune

  • Coronavirus in Umbria, la mappa al 20 novembre: tutti i dati comune per comune

  • Coronavirus in Umbria, la mappa al 23 novembre: tutti i dati comune per comune

  • Coronavirus in Umbria, la mappa al 24 novembre: tutti i dati comune per comune

Torna su
PerugiaToday è in caricamento