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Emergenza Droga, Parlavecchio e i poliziotti Siulp insistono: "Subito Centro Espulsione"

Il Centro Identificazione ed Espulsione è al centro del dibattito per arginare l'emergenza spaccio e rimpatriare i troppi clandestini (il 90 per cento Tunisini). Primo (mini) convegno per spiegare come funziona e perchè sarebbe fondamentale per la Perugia invasa dalla criminalità

"La città di Perugia si trova in una situazione di stallo, con gli strumenti che abbiamo ora, non ci sono margini di cambiamento, la costruzione di un CIE ci dà l'opportunità di cambiare strategia in termini di sicurezza". Questa mattina con questa premessa il segretario del Pd Parlavecchio ha introdotto una conferenza stampa del sindacato Siulp di Polizia sulla proposta di un Centro Identificazione ed Espulsione, argomento da sempre di grande interesse per le forze dell'ordine del territorio che da tempo lo chiedono a Perugia.

La sede della discussione è quella di un mensile, Piacere Magazine, e bene si presta alla volontà di fermarsi e cercare di analizzare nel profondo per razionalizzare un argomento fin troppo strumentalizzato e il più delle volte trattato con una certa ipocrisia. "Abbiamo bisogno di capire la situazione attraverso le parole di chi la vive sul campo", precisa Parlavecchio e senza dubbio la discussione intorno alla sicurezza a Perugia è in una fase di grande fermento proprio perché il problema sembra evidente e non più sopportabile per la stragrande maggioranza dei cittadini. La prova si evince sia dalla volontà di farsi sentire nelle piazze e sia dalle numerose segnalazioni che ogni giorno arrivano alla polizia.

Proprio partendo da questo presupposto che il sindacato Siulp ha deciso di aprire un dibattito d'analisi intorno al problema di microcriminalità, specie legato al traffico e lo spaccio di droga in alcune 'piazze' della città. I reparti della Questura di Perugia, dalla mobile all'antimafia, dall'immigrazione alle volanti alla prevenzione crimine, tutti hanno voluto, attraverso degli agenti rappresentanti, raccontare il proprio operato sul territorio: gli strumenti e le difficoltà, il tutto per cercare di dare un senso alle proprie proposte, per rispondere a chi ritiene incapace il sistema nel garantire sicurezza.

Il primo agente a prendere la parola in nome del sindacato ha cercato subito di mettere in chiaro la proposta degli agenti della Questura perugina: "Il Centro Espulsione è uno strumento previsto dalla legge dello Stato, non è certamente una cosa ordinaria, ma in questo momento d'emergenza è necessario se si vuole risolvere il problema dello spaccio per le strade. Abbiamo convocato quest'incontro - continua il rappresentante del Siulp - proprio per dare delle risposte e informare i cittadini del nostro modo di operare e in maniera pragmatica spiegare il perché un CIE può essere parte della soluzione".

Man mano che vanno avanti gli interventi, il quadro diventa meno oscuro rispetto a quelle domande dettate dall'esasperazione, semplici e ingenue che a volte ci si pone: perché non s'interviene sulle organizzazioni criminali? Perché dopo due giorni sono fuori? Perché la polizia è sempre in ritardo? Chi gli fitta casa? Perché non vengono subito espulsi?
 
A queste domande è difficile trovare risposte secche e risolutive, il tutto è inquadrato in un'analisi globale che fa di Perugia un caso particolare, dove entrano in gioco vari fattori che nel tempo hanno dato vita ad un mercato criminale complesso e legato principalmente alla droga. Tale mercato, come viene spiegato dai vari agenti, è alimentato da grandi canali organizzati che sfruttano una manovalanza principalmente nordafricana dove, secondo i dati forniti dal Siulp, il 90% proviene dalla Tunisia. Se si gira un faro sulla questione specifica dello spaccio in strada si può osservare che ci sono diverse particolarità legate anche a questo problema: difficoltà nell'arginarlo si riscontrano nei meccanismi burocratici, così come nella mancanza di risorse.

"La questione è semplice - spiega un agente dell'immigrazione - Se parliamo dei pusher clandestini che stazionano in varie parti della città, la prima cosa è cercare d'identificarli per poi poter attuare un'eventuale misura d'espulsione, molti hanno paura più di un CIE che del carcere perché l'unica vi d'uscita dal CIE è l'espulsione. E' vero che alcuni possono essere accompagnati nei vari CIE che già ci sono in Italia, se si trova posto, e ad un certo costo per le casse dello Stato. Ma è proprio qui che nasce l'esigenza dello strumento sul territorio, vista la situazione emergenziale di Perugia questo permetterebbe di trattenerli per identificarli, e alla lunga sarebbe un deterrente per chi in futuro vorrebbe venire qui".

Per il sindacato Siulp e per Parlavecchio una parte della soluzione risiede essenzialmente nei CIE, un esigenza che "non arriva dall'ascoltare la pancia dei cittadini - sottolinea il segretario Pd - ma dalla testa. E' una mia personale opinione pragmatica ma che trova l'appoggio di molti perugini". Per la il sindacato la conferenza di questa mattina poi, ha anche un'altro significato: cercare di costringere la politica a rispondere a queste necessità che gli uomini della questura, inascoltati, da tempo chiedono.

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