Scuole paritarie lasciate a se stesse, studenti e famiglie umbre insorgono: "Istituti a rischio". Ecco perchè

Nessun provvedimento governativo prende in considerazione la natura e il tipo di gestione delle scuole paritarie, preziose e garanti del pluralismo educativo anche nella nostra regione. Ne parliamo con Cristiano Castrichini

Secondo gli ultimi dati forniti dal Ministero dell’Istruzione, in Italia si contano 12.662 scuole paritarie su un totale di 53.541, quindi una percentuale del 24,6%.

Gli alunni delle scuole paritarie sono 879.158, su 8.561.793 studenti in totale. In particolare, le scuole dell’infanzia paritarie ne contano 541.447 (37,1%), le primarie 168.434 (6,3%), le secondarie di I grado 64.150 (3,8%), quelli delle secondarie di II grado 105.127 (3,8%).

Ma non bastano i numeri per descrivere quello che sta accadendo in queste emergenza sanitaria alle scuole paritarie che sono presenti anche nella nostra regione.

Perché dietro alla scuola paritaria c’è un mondo e non possiamo fingere che il problema riguarda solo pochi.

Basti dire che questo tipo di scuole erano nate, spesso in contesti religiosi, proprio per raccogliere gli ultimi, quei bambini e ragazzi che non potevano permettersi la formazione di base o per motivi sociali o per motivi georgrafici… insomma l’anima di queste scuole è proprio l’inclusione. E invece con i dpcm messi in campo per l’emergenza, le scuole paritarie sono tagliate fuori.

Ne abbiamo parlato con Cristiano Castrichini, presidente della Cooperativa Sociale Walking, che gestisce nella provincia di Perugia un totale di sei istituti del polo educativo 0-6 e scuole primarie (nel territorio comunale di Perugia in totale le scuole private sono 13 con 40 asili nido privati). 

“Il nostro problema è duplice - ha spiegato Castrichini - sia per l’incertezza del sistema scolastico in generale, sia perché non c’è stato alcun provvedimento specifico per questo tipo di imprese. Non dimentichiamo che noi paghiamo i nostri educatori con le rette delle famiglie e la cassa integrazione prevista dal Governo finirà a metà Giugno… con che cosa dovremmo pagare i nostri educatori dopo quella data per assicurare il servizio ai nostri 400 bambini?”.

La questione delle scuole paritarie è antica…

“Abbiamo portato avanti il tema con tutti i governi e onestamente, nessuno ci ha dato le giuste risposte. E’ chiaro che la realtà è variegata: nelle grandi città ad esempio ci sono istituti che ce la fanno ad andare avanti anche da soli, ma chi non ce la fa è lasciato in balia di se stesso...e questo è un grave pericolo anche per la pluralità dell’educazione”.

Quali sono le vostre prospettive in questo momento?

“Abbiamo due ordini di problemi: noi all’inizio del lockdown abbiamo ridotto drasticamente le rette, chiedendo solo un contributo alle famiglie per i primi due mesi. Naturalmente, ci siamo sin da subito attivati con la didattica a distanza. In questo momento le rette sono praticamente azzerate. Quindi dobbiamo riuscire a superare il problema economico, sperando che alla fine di questo anno scolastico il bilancio resti in piedi. Altro tema è quello dei centri estivi: speriamo di poter riniziare con queste attività per rispondere all'esigenza dei bambini di tornare ad un socialità con altri bambini e per aiutare le famiglie che sono le più appesantite da quanto sta accadendo. Purtroppo le indicazioni uscite nei giorni scorsi sono di difficile applicazione per noi (un educatore per 5 bambini nelle scuole dell’infanzia, 1 per 7 nelle primarie) e stiamo valutando come avviare questa attività per l’estate, anche per far lavorare i nostri dipendenti, dato che la cassa integrazione finisce a metà giugno.

Su questa scia c’è un’altra grande incertezza per settembre: se si continua a pensare alla riapertura delle scuola senza la sostenibilità, per noi è un problema, pur dando per assodato che se ci sarà una recrudescenza del virus c’è poco da fare per tutti…”

Qual’è la richiesta che vorrebbe fare, se potesse, a chi sta decidendo le sorti della scuola in questo momento?

“Che si cerchi di puntare di più sulla responsabilità delle persone, lasciano le attività in condizioni di sostenibilità economica...Resta però uno iato incolmabile tra chi decide e la realtà sul campo”.

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