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SCHEGGE di Antonio Carlo Ponti | Il primato della parola... la casa dell'essere, del pensato e del vissuto


Forget about it. Che te lo dico a fare. È l’espressione gergale che infioretta il dialogo in Donnie Brasco, gran bel film (1997) sulla mafia italoamericana visto l’altra sera. Che significa tutto e il suo contrario. E sancisce (Giovanni, 1) il dominio della parola: In principio era il Logos (Verbo) / e il Logos era presso Dio / e il Logos era Dio, e la
sua insensatezza se usata senza rispetto. Che mi sa tanto di un altro mantra contemporaneo: “ma di che parliamo”, con il che chi sta per soccombere in una discussione immette una sorta di blindatura. Invece c’è da rispondere: parliamo di ciò di cui stiamo parlando.

Elementare! Il fatto è che è notabile una certa tendenza ad avvelenare i pozzi prima della ritirata. Ed è segno della povertà di lessico e di morfosintattica in chi partecipa in tv, privo di quel patentino auspicato da Karl Popper per coloro che vi discettano, sia i conduttori sia i condotti. Io, davanti a quel crudele pestaggio di Colleferro, non per una laurea giuridica non coltivata, ma per il valore sacro delle parole, mi sin subito detto: questo è rubricabile in omicidio volontario. Senza se e senza ma, come amano dire i vecchi e i nuovi arnesi della politica, sugheri galleggianti in acque dolci, salate, meglio se stagnanti. 

Buoni, altro stereotipo, per tutte le stagioni che, è noto, non sono più quelle di una volta. Mi confesso. Da un po’ di tempo amo gli aforisti un po’ reazionari, controcorrente, acidi giustizieri dell’attualità. Quando sfatano miti e riti e ridicolaggini del politicamente corretto. Come definire razzisti Cristoforo Colombo e Via con vento. In particolare: Henry de Montherlant, da quando comprai dal rigattiere di via dei Filosofi (toponimo scelto da Aldo Capitini si dice) per 4 euri il suo Essays, Saggi, nella collana Pléiade- Gallimard (imitata bene dai Meridiani Mondadori) e ricordo incavolato che ce n’erano altri tomi che essendo a piedi non feci miei e la mattina dopo c’era passato un “bibliofilo” più svelto. 

Di lui mi piace per es. (p. 1028) un commento a Marco Aurelio: «Tutto passa in un giorno: il panegirico e l’oggetto celebrato.» Montherlant più amaro: «Tutto passa in un
giorno: il calunniatore e il calunniato.» Il secondo pensatore, non in ordine di valore, è il colombiano Nicolás Gómez Dávila, autore del catalogo Adelphi. Questa non è sublime? «La volgarità consiste, fondamentalmente, nel dare del tu a Platone o a Goethe.» O questi pensieri “politici: «Non c’è fraternità politica che valga un odio condiviso.» «Baciamo la mano che non possiamo recidere.» «l’oscurità di un testo non è un difetto quando quello che dice può essere detto solo in modo oscuro. L’ho scritto così talmente tante volte che l’oscurità se la possono permettere soltanto i poeti, i mistici e i pazzi. Mai i politici e i burocrati. 

Ecco perché - noi happy few, felici pochi - amiamo i libri perché essi non contengono altro se non parole che poi non sono che pensiero, cioè vita e idee. L’ho sentita in tv: un tempo il più peone dei parlamentari aveva letto almeno venti libri. Qui da noi la scuola, il muro portante della civiltà della nazione, apre, dopo un’estate fatta di chiacchiere e di utopie distopiche, nonostante carenze abissali, per poi chiudere per rimandabilissime elezioni regionali, con diversità locali insostenibili, e per un sì o un no su fuffa costituzionale. E non ci resta che il far web, dove s’insultano un giovane bellissimo nero di pelle ma di sessanta chili, massacrato da energumeni di cento, ma palestrati e
tatuati a regola d’arte. Certe volte ti viene una furia… Mi vien di pensare che alla fin fine abbia ragione quel nazista, antisemita e grande filosofo, di Martin Heidegger: «La Parola è la casa dell’Essere.» Oplà!
 

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