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SCHEGGE di Antonio Carlo Ponti | Perché scrivere? Perché lottare come Ercole giorno dopo giorno con le parole?

Perché scrivere? Quando in casa hai un po’ (tanti, o troppi?) di libri e la memoria – perfino quella visiva si stempera per via dello sciopero permanente dei neuroni - può capitarti, mentre frughi in un pluteo dove essi giacciono belli ritti in seconda o terza fila, di avere delle buone sorprese se scopri un libro che leggesti in un tempo remoto, e delle cattive se ti avvedi che non lo hai letto, e ti assale il rimpianto o la rabbia che, altro più impellente incombe, non lo leggerai più, o che ti morde (esagerato!) i visceri il rimorso di averlo negletto. Vado al solito per iperboli, ma le sensazioni sono serie sul serio. La lettura e l’accumulo di libri sono un morbo, una bulimia: vedi il libro di Valery Larbaud (1881-1954) “Ce vice impuni, la lecture” (1925), che so dov’è ma non ho avuto -- come volevasi dimostrare - la forza o il coraggio di leggere bene. 

E ora non ho più tempo. Torno a bomba, alla sorpresa felice di un grosso tomo leggiucchiato e chiosato a matita ai margini, uno dei trentuno libri di Philip Roth (1933-2018), letti, e taluni riletti, via via che uscivano tradotti in italiano da Einaudi e divenuti per me di culto, da comodino, e ogni autunno trepidavo per un Premio Nobel per la Letteratura che (sia ’maledetta’ l’Accademia di Svezia cha non ne azzecca più una che è una) non gli arrivava e non gli arrivò mai, ‘complici’ si dice i correligionari ebrei che non gli perdonarono certe sue opinioni, e sfottò, ma soprattutto lo scandaloso “Lamento di Portnoy”(1970), dove il giovane Phil-Portnoy
narrò il sesso e le sue pulsioni, non sfuggendo, a dire il vero in modo massivo, all’uso delle “parolacce”, anzi crogiolandovici. 

La storia non è che la lettera di un giovane, ossessionato dal sesso e in analisi, al suo psicoanalista, e del suo rifiuto di lasciarsi vincolare dai tabù e che adotta, sono parole di Roth, il linguaggio osceno perché vuole essere salvato. Apriti cielo coi Rabbi e con gli ultra-ortodossi con codini e bombetta nera sulle treccine, gli haredim. Ma basta divagare. Il libro nascosto e fortuito è “Perché scrivere?”, una raccolta di interviste e saggi che disvela il talento mostruoso del narratore Roth, che ha toccato tutti temi: il sesso, la politica Usa, il razzismo, la Shoah, il fascismo, la società americana e Franz Kafka, Anna Frank e Milan Kundera, il sogno americano, le varie etnie negli States, il sistema sanitario statunitense discriminatorio, il baseball, la poliomielite, il trasvolatore atlantico Charles Lindbergh con forti simpatie naziste, la propria famiglia, le diseguaglianze: il tutto costruendo il grande ineguagliato emblematico autentico romanzo americano, anche combattendo negli ultimi due anni di vita contro Trump e le destre suprematiste. 

Dunque perché scrivere? Perfino lui, Philip Roth, un colosso, non lo sa fino in fondo. «Tutti hanno ‘idee’ per romanzi; la metropolitana è piena di persone che si reggono alle maniglie rigirandosi per la testa idee per romanzi che non riusciranno mai a scrivere. Spesso sono anch’io uno di loro.» Si può dire che si scrive perché si scrive; oppure perché scrivere (creativamente) è per uno scrittore il cielo per gli uccelli o l’acqua per i pesci. E questo vale per i narratori e per i poeti, altrimenti se non fosse una necessità perché continuare in una fatica addirittura muscolare? A lottare come Ercole giorno dopo giorno con le parole, e non conta se si è Leonardo Sciascia o il volenteroso dilettante che risparmia mille euro e si stampa da sé, o, vinto dalla vanity press, presso editori prezzolati. Ma si pagarono l’esordio Marcel Proust e Alberto Moravia.

Mentre Guido Morselli resisté e si dette la morte. A scelta: scrivere per vivere o vivere per scrivere? O morirne? E mi vien voglia, ormai non ho ritegno, di citare Wislawa Szimborska, premio Nobel: «Preferisco il ridicolo di scrivere poesie al ridicolo di non scriverne». Perché aggiungo io: la gioia di chi scrive è scrivere. Il discrimine, come diceva più o meno quel genio martire che fu Oscar Wilde: un libro non è buono o cattivo. O è scritto bene o è scritto male. Tertium non datur.

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