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SCHEGGE di Antonio Carlo Ponti | A furia di parlare di Johnson&Johnson... mi sono ricordato quell'incontro con l'ereditiera nella sua casa ad Assisi

"Al pronunciar del Johnson&Johnson mi s’è accesa una lampara ho un tesoretto di piacevoli o curiosi frammenti di vita da raccontar volendo"

Ero lì lì per iniziare con un rasserenante calembour: «Domani mi vaccino poi vo in Vucciria a ingollare una coda alla vaccinara». Volgare e sciapo. Dunque cambio registro stilistico, passo dal basso all’inclito. L’altra sera, durante il solito ballo in maschera televisivo sui vaccini – c’è poco da celiare con 112.000 morti in Italia di cui 1.200 in Umbria, lo so – ma bisogna pur far satira che «è un piangere antico» come scriveva il mio caro poeta Gaio Fratini, il principe anzi il re degli epigrammisti. 

E poi diciamocelo: ogni limite ha una pazienza (© Totò, che gli era amico), assistiamo alla corsa forsennata al vaccino (punteggiata dai casi oltraggiosi del governatore De Luca o ridicoli di Scanzi un tempo scettico con tanto di scalmanati no vax tra cui pure medici e infermieri, una genia assai simile ai terrapiattisti, per finire nella gloria del romanziere Andrea Vitali che si rimette il camice per vaccinare e in diretta tv sponsorizza senza pudore il suo ultimo libro, ma che cosa non si fa per qualche copia in più). Materia di ironia e di sarcasmo abbonda, una materia fatta non di sogni ma di catene plumbee. 

Insomma, guardavo anzi ascoltavo un po’ annoiato la ridda dei nomi di vaccini ora congelati ora sospesi, ora in arrivo in quantità industriale ora col contagocce, in deposito o nei container, dai nomi suggestivi e qualcuno addirittura poetico: Pfizer, Moderna, Sputnik, AstraZeneca ora Vaxzevria, allorché al pronunciar del Johnson&Johnson mi s’è accesa una lampara – a dir la verità un po’ fioca, ormai le luminarie nel mio cranio sono un velo di Maia o la notte in cui tutte le vacche sono nere – che ha illuminato per un nanosecondo lo sconforto di tedio e solitudine urticante. Ma allora sono ancora capace di rammentare, mi son detto tronfio, ho un tesoretto di piacevoli o curiosi frammenti di vita da raccontar volendo, insomma non tutto è perduto, la vita è bella nonostante.

Questo il fatto. Il 2 agosto 2005, con Antonio Pagana, animus et dominus del Corciano Festival, scendo ad Assisi a incontrare la signora Barbara Piasecka Johnson, destinata a essere ospite dell’Umbria del Cuore, il siparietto di Anna Lia Sabelli Fioretti con persone di rango che hanno scelto la nostra terra per starci o per venirci. Perché Barbara (Wroclaw 1937-2012) è degna del Festival? La bella polacca, emigrata nel 1968 negli Usa con 200$ nella borsetta, dopo aver servito come cuoca e poi come cameriera ad personam in casa del miliardario John Seward Johnson (1895-1983), nel 1971 lo sposa e alla morte dal de cuius eredita una congrua fetta di patrimonio, e la spunta contro il parentado e i loro famelici tentativi d’invalidare. 

Tornerà in Polonia, sostenitrice e amica di Lech Walesa, si fa filantropa e collezionista vorace di capolavori dell’arte e promuove la Fondazione che porta il suo nome. Muore nel 2012. Quando andammo a trovarla, aveva da pochi mesi comprato una piccola deliziosa casa in via Fontebella, parva sed apta sibi. Ci accolse festosamente, c’era con lei un giovanotto come interprete e sorbimmo del caffè, accettò di venire a Corciano il 18 agosto dove fu intervistata da Caterina Bon di Valsassina, che insisté sulla collezione, e dall’assessore alla cultura di Assisi Mario Romagnoli. 

Congedandoci ci stupirono due imponenti fronduti ulivi nel cortiletto dentro le mura, fatti venire dalla Puglia ci disse e ne andava fiera. Ulivi in Umbria come vasi a Samo. Mio suocero l’ha accudito a Bevagna la giudiziosa e forte badante polacca Barbara senza cognome. Uno vale uno? Noi pietra scartata dai costruttori potremo diventare pietra angolare? (Matteo 21,13).

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