Schegge di Antonio Carlo Ponti | Ecco perchè non leggerò mai e poi mai un romanzo in ebook

Seconda puntata della rubrica condotta dal giornalista-scrittore Ponti

Leggo su di una cartolina promozionale de Il Formichiere (il mio editore) una riflessione aforistica di George Orwell (alla nascita Eric Blair, Motihari, Bengala, 1903-Londra 1950), autore dei celebri “La fattoria degli animali” e “1984”. Essa suona: «I grandi gruppi commerciali non potranno mai schiacciare il piccolo libraio indipendente così come hanno schiacciato il droghiere e il lattaio.» Ben detto, George. Io, ti assicuro, per quel che vale, non ho mai comprato un libro on line: resistere! resistere! resistere!, seguendo l’appello di Vittorio Emanuele Orlando dopo la ritirata del Piave, ripresa da Francesco Saverio Borrelli. Però. Fino a quando? Forse, assalito da rimbambimento, chi lo sa?, ma sarebbe un tradimento, un giorno lontano ma l’anagrafe mi congiura contro, cederò alla malia del recapito domiciliare. Ma, lo dico incrociando indice e medio, non leggerò mai e poi mai un romanzo in ebook. Qui, signori miei, siamo di fronte a un atto contro natura. 

È vero che ho una biblioteca di pixel a portata di mano, che posso leggere perfino in sella a un dromedario [direttore: questa per la sua stupidità andrebbe censurata]; ma -– qui infilo un mucchietto di banalità e di idee ricevute, alla Bouvard e Pecuchet – vuoi mettere il contatto dei polpastrelli sulla carta, l’odore d’inchiostro (oggi non più), il fruscio delle pagine, l’orgasmo nel tagliarle in un libro intonso non tagliato ai tre lati (ora è raro)? Un orgasmo (per chi si accontenta di parole alate o troppo spesso becere). I suoi fratelli laureati mi dicono che il decenne mio nipote Pietro grazie alla clausura legge a tutto gas, e non si pone i dubbi del nonno. Ma se non ho passione per il nuovo mondo editoriale adoro il carrello della spesa, dove sfogo almeno un quinquennio di fame, quando non si sapeva manco l’esistenza delle banane, e il pane lo avevo a cento grammi il dì. Gli innalzerei, ne fossi capace, un’ode - come fece da Capri quello stalinista irredimibile, ma grande poeta, Pablo Neruda alla cipolla: «Cipolla / luminosa ampolla / petalo su petalo / s’è formata la tua bellezza…» Carrello / cigolante carriola / non consona / a edìli polverosi / manovali…

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No, basta scherzare, il libro di carta è una cosa troppo seria. Ma il gioioso Trio Lescano della destra, demagoghi anacronisti, o gli asfittici Amleti della sinistra, in vita loro avranno letto un libro? Se il libro è cosa sacra ancor di più lo è la scuola, dunque l’istruzione. Perfino il demonizzato nozionismo. Ma per molti troppi politici prima vengono le ideologie, che dicono tutti siano morte ma rinascono ogni giorno dalle proprie ceneri.

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