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Cronaca

SCHEGGE di Antonio Carlo Ponti | Domanda ai Grandi del G7: Che i barbari di Kavafis siano già qui tra noi?

Non so voi ma io sono molto preoccupato. Sono in uno stadio di indifferenza, di distacco sulla guerra. Per le sue sorti e per lo spettacolo dei suoi disastri. Non mi fa né caldo né freddo, mi scivola come acqua su sasso. Mi fanno più dolore i fiumi in secca, il ciottolame riarso, il Trasimeno che langue, il mare che risale e porta seco acqua salata. Tutto questo significa che la mia anima boccheggia come i pesci intrappolati nell’arido, che predilige il rubinetto sempre generoso alla pietà per il sangue versato. Il mio cuore per una doccia! Finché il conflitto è lontano, si diceva, se non ci tocca davvicino chìssene, ma ora è qui, ad portas,
batte al nostro uscio. Mi riaffiorano dalle viscere più che dalla memoria quelle profetiche, emblematiche, simboliche, cosmopolite parole di Konstantinos Kavafis in “Aspettando i barbari”:

«Che aspettiamo, raccolti in piazza? / Oggi arrivano i barbari. / Perché tanta inerzia in Senato? / E perché i senatori siedono e non fan leggi? / Oggi attivano i barbari. / Che leggi devon fare i senatori? / Perché l’imperatore s’è levato / così per tempo e sta, solenne in trono, / alla porta maggiore incoronato? / Oggi arrivano i barbari. / L’imperatore aspetta di ricevere / il loro capo. / Oggi arrivano i barbari./ Sdegnano la retorica e le arringhe. /
[…] S’è fatta notte, e i barbari non sono più venuti. / Taluni giunti dai confini./ dicono che di barbari non ce ne sono più. / E adesso, senza barbari, cosa sarà di noi? / Era una soluzione, quella gente». L’amara ironia del grande poeta greco alessandrino ci fa sentire perfino ridicoli nella nostra tragica inconsapevolezza, stiamo sul ciglio del burrone e si continua a vociare, specie su chi siano i barbari, in ginocchio ai confini del deserto dei Tartari, petulanti, questuanti un metro cubo di gas, uno staio di grano, ma ho la strana pruriginosa bastarda sensazione che non ce ne siamo accorti ma che sono arrivati. Due omaccioni di Altan sono in costume da bagno supini sulle sdraio: «Uno: Che mondo lasciamo ai nostri figli? – Due: Purtroppo non ho figli».

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