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SCHEGGE di Antonio Carlo Ponti | Non c’è speranza senza paura, o paura senza speranza. Fate Vobis

Ieri, un po’ in sordina per via della strage pandemica che ha sconvolto certezze cieche e arroganze bieche del primo trentennio del terzo millennio, io ho esposto come rito laico la bandierina verdebiancarossa al balcone, rara avis, e mi sono ricordato il 25 Aprile 1945, la Liberazione dalla furia nazifascista. E nel farlo mi è venuto alla mente l’aforisma (spietato e autoflagellante di un tedesco, il filosofo Theodor W. Adorno) che so a mente: «Scrivere poesie dopo Auschwitz è una barbarie». Paradosso, iperbole, grido di dolore. Fino a che cuore e mente saranno dentro le donne e gli uomini si scriverà poesia, insopprimibile come l’aria, come l’acqua, fuoco dell’anima, terra su cui camminare. 

Io sono convinto che senza dolore, senza angoscia, senza panico, senza amicizie, senza amore, senza solidarietà la vita non si dà, si dà vegetazione e parassitismo. Dunque ha ragione Adorno quando scrive in Minima moralia: «Compito attuale dell’arte è di introdurre il caos nell’ordine». Perché attuale? Perché quando Caravaggio dipinse il corpo di un’annegata non provocava l’ordine apollineo delle
Madonne di Perugino? Il nostro tempo è in tempesta, il pianeta terra è oltraggiato e minacciato e il redde rationem ha soltanto venti-trent’anni davanti. 

Quale la sorte dei nostri pronipoti? Dovranno arrampicarsi sui monti perché il mare non li travolga come i nostri antenati per sfuggire ai saccheggi e agli stupri e ai sequestri dei pirati saraceni? Però uno non può essere completamente pessimista, specie se ha di fronte non troppo tempo e il tagliando del parcheggio ha l’ora segnata. Dunque già sapere e vedere che le scuole stanno tornando alla normalità è molto, e i vaccini che stanno arrivando. Mentre scrivo questa scheggia mi arriva una telefonata di un’amica medico in pensione figlia di un pittore che mi domanda informazioni su un pittore fiorentino. 

Domani – dice – faccio il richiamo Pfizer e poi, se mi prendono, comincio in un hub a vaccinare. Beh gente, sarò un vecchio piagnone, ma questo mi commuove, nonostante figli che ammazzano genitori. Per fortuna che volevo chiudere con un filo di speranza. Non so mica bene se questa massima che leggo su un calendario religioso e che è di san Giovanni Paolo II sia da ascrivere alla categoria dell’ottimismo: «Non c’è speranza senza paura, o paura senza speranza». Fate Vobis.

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