Il dramma dei 300 umbri emotrasfusi con sangue infetto, il risarcimento arriva dopo 30 anni

Sentenza del Tribunale amministrativo che impone al Ministero di pagare il risarcimento stabilito un anno e mezzo fa

Trecento umbri che negli anni '80 e '90 hanno contratto i virus dell'epatite C o dell'Aids per colpa di trasfusioni o emoderivati infetti. Sacche di sangue “guasto” in circolazione tra gli anni Settanta e Novanta, non controllato dal Servizio sanitario nazionale e proveniente da zone a rischio come le carceri dell'Arkansas, le bidonvilles sudamericane, Romania, Polonia e Africa. Il plasma serviva per la produzione di farmaci salvavita per emofiliaci e talassemici. Per questo migliaia di italiani scoprirono di aver contratto i virus dell'epatite C e dell'Aids. Ospedali e Asl nulla poterono perché quelle sacche erano consegnate per buone. Non è come adesso dove l'eccellenza passa anche per i controlli e le cure adeguate.

Nella regione, secondo i dati del ministero, sono 253 i richiedenti e 107 gli indennizzati (anche se sarebbe meglio parlare di coloro che sono in lista per essere risarciti). Per anni hanno lottato per ottenere un assegno bimestrale, in genere tra i 500 e i 700 euro al mese, a seconda della gravità dei danni subiti.

Adesso il Tribunale amministrativo mette un punto fermo sul risarcimento dovuto ai tanti infettati per il tramite di una trasfusione. È il caso di una donna, assistita dagli avvocati Cinzia Calvanese e Doriana Succhiarelli.

Il Ministero della Salute era già stato condannato a risarcire la donna, sentenza civile del 30 novembre 2016 ed esecutiva il 7 luglio 2017, con 305.428,84 euro “a titolo di risarcimento del danno da emotrasfusioni avvenute nel 1988 con sangue infetto da epatite C”. Ad un anno e mezzo, però, ancora non era stato pagato nulla. Quindi la donna si è rivolta al Tar per ottenere l’esecutività del pagamento. Il Ministero intimato si è costituito in giudizio non contestando la pretesa.

I giudici amministrativi non hanno rinvenuto “ragioni per denegare la richiesta esecuzione, non avendo il Ministero provveduto al pagamento delle somme in questione” e hanno disposto che il Ministero della Salute “provveda entro il termine perentorio di 60 giorni dalla notifica o dalla comunicazione in via amministrativa della presente sentenza, al pagamento delle somme dovute in favore di parte ricorrente”. Nel caso di inadempimento è stato nominato “quale commissario ad acta il direttore della Direzione Generale del Personale, dell’Organizzazione e del Bilancio del Ministero della Salute” a dare esecuzione alla sentenza.

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