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San Francesco delle Donne, un tesoro perugino tra storia e cultura

La struttura fu oggetto di vari ampliamenti e restauri, pagati dalle stesse religiose, anche con la cessione del monastero di Santa Caterina alle monache di Santa Giuliana

Un tesoro perugino, ricco di storia e di cultura. La denominazione “San Francesco delle Donne” deriva dalla cessione del complesso conventuale, da parte dei Francescani (ospitati in San Francesco al Prato) alle monache benedettine di S. Angelo del Renajo, presso Cenerente. La struttura fu oggetto di vari ampliamenti e restauri, pagati dalle stesse religiose, anche con la cessione del monastero di Santa Caterina alle monache di Santa Giuliana.

Data la sua posizione addossata alle mura, il monastero, in occasione di eventi bellici, fu più volte abbandonato, fino alla sua soppressione, nel 1810. Negli anni Venti dell’Ottocento fu trasformato in Istituto, destinato ad accogliere le ragazze povere dell’urbe e del contado.

Il conte Zeffirino Faina vi creò una filanda in cui lavoravano numerose donne perugine (in coerenza col nome). Vi si effettuava la lavorazione della seta, la cui materia grezza (i bozzoli) era in buona  parte fornita dai benedettini di San Pietro. L’attività fu interrotta al termine della prima guerra mondiale. Quindi vi ebbe sede la Morleni Autotrasporti, al cui posto, nel 1925, fu insediata la manifattura di ceramiche artistiche “La Salamandra” che proseguì l’attività fino agli anni ’50 del secolo scorso. San Francesco delle Donne fu la prima chiesa realizzata alla Conca e situata subito fuori le mura.

A partire dal 1327 la chiesa e la zona risultano protette dalle mura medievali che ancora costeggiano il complesso architettonico, come si scorge distintamente anche da via Faina. Nei pressi del convento si apriva la Porta di Pàstina, accesso urbano tuttora visibile, sebbene murato, lungo via Fuori le Mura.

La zona della Conca, appena fuori della cerchia muraria urbana, intorno al 1200 era adibita ad uso agricolo e sfruttata per le tipiche culture legnose (vite e ulivo). Veniva infatti chiamata “pàstina”, dal verbo latino “pastinare” che significa “zappare per piantar viti”.

Qui San Francesco edificò un piccolo romitorio che costituì uno dei primi insediamenti dell’ordine. Poco lontano, nel colle di Monteripido, frate Egidio albergò negli ultimi venti anni della sua vita. Nei pressi del convento di “Pàstine” avvenne l’incontro tra il Santo di Assisi e San Domenico di Guzman (lo ricorda una lapide presso il monastero della Beata Colomba, in corso Garibaldi).

La chiesa fu più volte rimaneggiata e perse le originarie connotazioni romaniche. Vi furono inseriti elementi gotici, vennero aperte le bifore lungo la navata e i finestroni dell’abside e del transetto. In origine a nave unica, con pianta a croce latina, la chiesa fu in seguito ampliata in senso longitudinale con la navata attuale.

È certo che fosse completamente ricoperta da affreschi, secondo una tipologia comune alle chiese francescane in cui l’iconografia svolgeva un ruolo di carattere esplicativo per i fedeli meno acculturati. Nel corso degli ultimi restauri, sono state infatti ritrovate tracce di affreschi ricoperti dall’intonaco, secondo una tendenza piuttosto diffusa, portata a “modernizzare”, cancellando o alterando lo stato precedente.

Anche il campanile, ben conservato, porta due ordini di bifore che colpiscono, per la raffinata eleganza, chiunque si trovi a passare per via Faina. La Galleria Nazionale dell’Umbria conserva due tavole del XVI secolo, provenienti da chiesa e monastero di San Francesco delle Donne.

La stessa denominazione, che enfatizza la presenza dell’elemento femminile, è ampiamente motivata e trova tuttora giustificazione nella lavorazione di tessuti battuti a mano e realizzati tramite telai antichi che producono stoffe realizzate secondo iconografie medievali: le medesime ideate dalle monache  benedettine, che erano solite abbinare il lavoro alla preghiera.

L’attuale laboratorio cooperativa “Giuditta Brozzetti” sta sperimentando la forma del “Museo-Atelier” per coniugare la creatività artistica con l’imprenditoria al femminile.

Oggi è possibile visitare la struttura solo su gentile concessione dei titolari dell’azienda e in occasioni non coincidenti con l’orario di lavoro. È uno spettacolo veramente unico osservare i telai antichi, conservati in perfetta efficienza, inseriti in un contesto architettonico carico di misticismo e di storia declinata al femminile. La “filatrice” Marta Cucchia, effigiata dal grande fotografo statunitense Steve McCurry, accoglie tutti con gentilezza e competenza per una visita indimenticabile.

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