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Monteluce, occhi puntati su quell'antico rosone: legato con il filo di ferro e a rischio caduta

Quell’antico rosone, legato col fil di ferro, quanto potrà ancora star su? Se lo chiede l’architetto Carlo Salucci, monteluciano doc, che non si stanca di segnalarne da anni lo stato di precarietà

Quell’antico rosone, legato col fil di ferro, quanto potrà ancora star su? Se lo chiede l’architetto Carlo Salucci, monteluciano doc, che non si stanca di segnalarne da anni lo stato di precarietà. Se ne preoccupano gli abitanti di Monteluce, che tengono gli occhi puntati su quel capolavoro in predicato di caduta.

Anche in relazione ai recenti eventi sismici, che potrebbero aver definitivamente minato un equilibrio di per sé precario. Nessuno ci garantisce che, un giorno o l’altro, quel rosone non cada sulla testa di qualche fedele, mentre entra o esce dalla chiesa di Santa Maria Assunta in Monteluce.

Ma anche quei marmi a scacchiera avrebbero bisogno di una controllatina. Dato che il restauro del frontale risale “solo” al 1451, oltre cinque secoli e mezzo or sono. E si sa che i materiali in uso all’epoca non erano il massimo, in termini di qualità e durata. Si vedono distintamente fenditure verticali e orizzontali, sulle quali sono state riportate, in anni più recenti, pecette di cemento: roba da denuncia. La chiesa contiene importanti testimonianze del manierismo perugino, con affreschi secenteschi di narrazione francescana.

Ma soprattutto il rosone è un capolavoro di architettura e di gusto. Il disegno è di grande finezza e originalità: sei cerchi in pietra rosa di Assisi che ne circoncludono un settimo centrale. Dentro ciascun cerchio, un fiore a sei petali rotondeggianti in travertino. Ogni fiore è riempito con vetri legati in piombo. Molti di essi sono fratturati o mancanti: sono caduti? Qualcuno si è peritato di raccoglierli? L’insieme è tenuto da un gioco di forze e contrappesi che è frutto di un progetto grazioso e gentile.

Ma il fatto è che molti di questi elementi sono spezzati, dato che i cerchi sono il risultato di singoli segmenti, accostati e murati. Sui tre livelli di cerchiature di contorno sono cresciuti muschi e parietaria, le cui radici minano la stabilità. Qualche “muratore” criminale ha tentato di stuccare gli elementi con cemento a pronta, marroncino, su base del bianco del travertino. Un obbrobrio.

Insomma: è un puro miracolo se, fino ad oggi, tutto si tiene, anche lasciando stare il danno estetico. L’insieme è collegato da una bruttura inaudita: almeno all’esterno, la vista impatta su un robusto filo di ferro, ormai divorato da un’evidente ossidazione. Almeno a occhio, si direbbe che la ruggine ha minato profondamente la resistenza di quel filo. Che, peraltro, è stato a suo tempo fissato forando la pietra che trasuda ruggine. Lo stesso filo è intrecciato alla rinfusa e deturpa il manufatto.

Altri ferri rugginosi chiudono le monofore di base, di età medievale. Ma in che Paese viviamo? Che si aspetta a intervenire o a realizzare opere provvisionali che mettano in sicurezza l’integrità dell’opera e la salute delle persone?

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