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Ritira il ricorso per un concorso andato male per non pagare le spese processuali, stangato dal giudice

I magistrati amministrativi: "La rinuncia è il risultato di un personale calcolo di convenienza"

Ritira il ricorso per non pagare le spese processuali, ma il giudice lo “stanga”.

Un candidato ad un concorso indetto dall’Università degli studi di Perugia nel 2016, ha superato due prove scritte, ma non è stato ammesso alla prova orale. Così si è rivolto al Tribunale amministrativo regionale dell’Umbria impugnando il provvedimento di esclusione dal concorso.

I giudici amministrativi non avevano concesso la sospensione cautelare “non avendo il Collegio rinvenuto sufficienti profili di fondatezza della domanda di sospensione dell’efficacia del provvedimento impugnato sotto il profilo del fumus boni iuris”.

Così il procedimento era andato avanti. Il 20 gennaio 2021, però, il ricorrente “ha dichiarato di rinunciare al ricorso ed ha chiesto la compensazione delle spese della presente fase di giudizio, avendo già pagato quelle relative alla precedente fase cautelare in cui è risultato soccombente”.

I giudici amministrativi hanno preso atto delle rinuncia del ricorrente, ma lo hanno condannato ugualmente al pagamento delle spese processuali, ritenendo “la rinuncia al ricorso la risultanza di un personale calcolo di convenienza, che deve logicamente ritenersi effettuato cognita causa e nella consapevolezza delle conseguenze da essa ex lege derivanti, prima fra tutte l’obbligo di procedere al rimborso delle spese di giudizio sopportate dalle altre parti in causa”.

Cioè avrebbe provato a non pagare le spese facendo decadere il giudizio. Solo che i giudici hanno dichiarato estinto il giudizio, ma ingiungendo il pagamento di quanto sostenuto dall’Università e dal candidato che aveva vinto il concorso.

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