Arrestato per resistenza e lesioni alle forze dell'ordine, assolto dopo 4 anni: "La vittima era lui"

Il giudice del Tribunale di Spoleto ha ritenuto non veritiera la ricostruzione riportata nei verbali di arresto e nella denuncia. In aula è emersa un'altra verità

Arrestato e processato per resistenza a pubblico ufficiale, lesioni e oltraggio a pubblico ufficiale, ma dopo quattro anni viene assolto perché il fatto non sussiste o perché non costituisce reato.

È quanto accaduto ad un giovane di Bevagna, difeso dall’avvocato Dario Epifani, che a gennaio del 2016 era stato arrestato dopo essere stato denunciato per “percosse e minacce” a danno di un vicino di casa. I Carabinieri si erano recati presso l’abitazione del giovane per identificarlo e in quell’occasione l’imputato avrebbe cercato di strappare dalle mani del maresciallo la patente e spintonando i militari avrebbe cercato di sottrarsi al controllo, facendo cadere un carabiniere. Al contempo avrebbe “offeso l’onore e il prestigio” dei pubblici ufficiali con frasi ingiuriose: “non rompete i c…, siete delle teste di c…, voi tanto non mi fate nulla, ora chiamo il mio avvocato e poi vediamo con va a finire”.

La versione difensiva, però, diverge completamente da quanto riportato dai militari nel verbale. Il giovane ha sostenuto che la sua alterazione era dovuta alla presenza dell’uomo con il quale aveva avuto un diverbio. E che i carabinieri non avessero cercato di calmarlo, ma di essere stato prima avvertito che “se non desisteva” gli avrebbero dato “uno schiaffo”, cosa poi avvenuta, a dire dell’imputato, colpito in volto da uno schiaffo e con la torcia elettrica. A quel punto per proteggersi sarebbe rientrato in casa, inseguito dai militari, “preso per i capelli e per un braccio e trascinato fuori”. Nella “concitazione del momento” si sarebbe sfilato anche il maglione, tanto da rimanere a “torso nudo”.

Il giudice del Tribunale di Spoleto, quindi, è stato chiamato a decidere sulle accuse rivolte all’imputato sulla base di versioni molto discordanti. Tanto più che “la fede privilegiata delle dichiarazioni rese dai pubblici ufficiali deve essere, nel caso di specie, soppesata con le altre prove raccolte in corso di causa”.

Chiamato a testimoniare, la vittima della prima aggressione, che in denuncia aveva detto di aver visto l’imputato “avventarsi contro i carabinieri sbracciandosi e dimenandosi”, in aula ha “ridimensionato la portata delle sue dichiarazioni”, non ricordando neppure se vi fosse stato un contatto tra l’uomo e i militari e affermando di non aver visto l’imputato “colpire alcun carabiniere”.

Una testimone ha raccontato di aver visto l’imputato che consegnava il documento al carabiniere, lo riprendeva dopo il controllo e sentire il militare affermare che avrebbe dato un pugno all’imputato se non “la smetteva di insultare” il vicino. La testimone ha riportato di aver anche visto il militare colpire per due volte l’imputato e sentire questi che diceva: “che fa mi mette le mani addosso?”. La donna quando ha visto i carabinieri entrare in casa per effettuare l’arresto ha fatto una registrazione audio (certificata con una perizia disposta dal giudice) nella quale si sente l’imputato che dice: “tu a me non mi meni … mi hanno menato … bravi pigliate a cazzotti … mi ha dato due cazzotti in faccia”.

Alla luce di testimonianze e atti, il giudice ha ritenuto che il comportamento dell’imputato possa essere considerato come una forma di opposizione ad “un atto oggettivamente illegittimo” e anche le lesioni e l’oltraggio, per il quale c’è solo il verbale dei carabinieri, sono da considerarsi giustificabile, anche secondo la giurisprudenza di legittimità.

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Il giudice ha riconosciuto, quindi, più plausibile la tesi difensiva, scrivendo di “ipotesi di prevaricazione e prepotenza gratuita in danno del cittadino”, concedendo le scriminanti del caso che hanno portato all’assoluzione e aprendo alla possibilità di un’inchiesta supplementare per stabilire se il comportamento delle forze dell’ordine sia stato corretto o meno.

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