Cronaca

REPORTAGE Nel fango e tra il filo spinato di Idomeni in Macedonia: storie di migranti e di vita reale

Mattia Alunni Cardinali è un giovane umbro che vive all'estero. Ha voluto andare a vedere con i propri occhi quello che accade nel collo di bottiglia dell'Europa dove vivono nel fango migliaia di profughi. Ecco il suo racconto

In soli due anni alcuni dei più importanti valori e principi costituzionali dell’Unione Europea sono stati messi in discussione. Prima le debolezze della sua politica estera sono state evidenziate dalla crisi Ucraina, dove il rappresentante per gli affari esteri non è stato convocato al tavolo delle trattative per la discussione dell’annessione della Crimea alla Russia. 

Poi, nel Luglio 2015, il ministro tedesco per l’economia Wolfgang Schaeuble ha proposto l’uscita della Grecia dall’Euro zona, minando i principi di coesione e forza dell’unione economica e monetaria. Ora, dopo la firma dell’accordo tra Bruxelles ed Ankara riguardo la chiusura della “rotta Balcanica”, ancora una volta l’impalcatura Europa vacilla, con migliaia di persone che rischiano di essere trattate, a vantaggio della Turchia, come merce di scambio per finanziamenti e per una velocizzazione del processo di annessione all’Europa.

È chiaro che l’incompetenza dell’Unione Europea in materia di politica estera e gestione delle emergenze ha portato ad una grave crisi umanitaria, abbandonando nella sola Grecia fino a 50.000 disperati. A Idomeni, piccolo villaggio al confine tra la penisola Ellenica e la Macedonia, il numero dei migranti ha raggiunto quota 12.000, di cui circa la metà bambini, anche non accompagnati, con le organizzazioni umanitarie che da sole faticano a tenere testa ad una situazione che è ormai diventata disperata.

Nel fango di fronte al filo spinato e alla rete che segna la linea di confine tra i due paesi, giacciono i sogni e le speranze di Siriani, Afgani, Curdi, e non solo, persone che stanno fuggendo da guerre e persecuzioni. La maggior parte di loro ha lasciato la propria terra per cercare un futuro migliore e per vivere al sicuro dai colpi d'artiglieria, senza doversi preoccupare se la prossima bomba debba cadere sul loro tetto o su quello del vicini.La guerra si è presa la loro quotidianità: le loro case, il loro lavoro e, come Nahed e Noora raccontano, le loro famiglie.

Loro sono sorelle, rispettivamente di 27 e 29 anni, e vengono da Aleppo. Nahed si è appena laureata, mentre Noora prima di abbandonare la Siria lavorava come infermiera presso un dentista. Dicono di essere scappate dai bombardamenti dei Russi e di Bashar al-Assad e sono arrivate a Idomeni poco più di un mese fa sperando di poter attraversare i Balcani, ma la burocrazia Europea le ha colte di sorpresa bloccandole qui. Ora vivono nella grande tenda allestita da Medici Senza Frontiere insieme a circa altre 150 persone, nella speranza di poter riprendere il loro viaggio e raggiungere la Germania per unirsi alla sorella che vive là. Tra quelle 150 persone vive anche Sarmad, 18 anni, proveniente dalla campagna di Damasco.

Cappuccio calato in testa, un gran sorriso e la mano protesa in avanti in segno di amicizia. Racconta che anche lui è arrivato a Idomeni da circa un mese e mezzo e sta aspettando che la Macedonia riapra il confine. A Damasco aveva quasi terminato la scuola dell’obbligo quando la rivoluzione è arrivata travolgendo tutto e tutti, non lasciandogli altra scelta che abbandonare gli studi. “Il mio sogno è quello di diventare medico, aiutare chi ha bisogno” spiega. Un desiderio che purtroppo, come d’altronde tanti altri qui, è probabilmente destinato a rimanere tale. Colpa sicuramente di un terribile conflitto che ancora non trova soluzione, ma anche dell’inefficace risposta Europea alla crisi che ha costretto migliaia di sfollati al limbo Greco.

Persone che in molti casi hanno anche bisogno di assistenza psicologica, come appunto nel caso di Sarmad: “Non è più lo stesso da quando è rimasto ferito a causa di un bombardamento,” sussurra un suo amico. Fortunatamente le bombe non sono cadute così vicino da ferirlo seriamente, ma abbastanza da lasciare nel suo animo cicatrici indelebili difficili da dimenticare.

Infatti nel campo sono molte le persone che come lui soffrono di disturbo post-traumatico e che avrebbero bisogno di assistenza, ma purtroppo per il momento le priorità sono altre. Ormai Idomeni è diventato un collo di bottiglia per migliaia di individui che, provenienti da paesi martoriati dalla guerra, ogni giorno sperano di entrare in Macedonia e continuare il loro viaggio della speranza attraverso i Balcani. Sfortunatamente però, per loro le possibilità di riuscita sono poche, con nessun’altra opzione se non quella pericolosa ed altrettanto costosa fornita dai trafficanti, o l’alternativa della richiesta d’asilo che potrebbe richiedere mesi, se non anni, per essere convalidata. Come ovunque, qui la faccia di un trafficante di esseri umani è la stessa di chiunque altro: di un tassista, di un venditore ambulante, di un padre di famiglia. I prezzi sono estremamente alti, di solito non meno di 5000€ a persona per un passaggio dalla Macedonia a Parigi. 

Un prezzo elevatissimo se paragonato a quello che questa gente ha già dovuto pagare per arrivare qui, di solito intorno ai 2200€ per chi viene dalla Syria, come dice Sulaiman, 37 anni, sposato e padre di cinque bambine. Un prezzo che comunque vale la pena essere pagato, anche a rischio di essere truffati o di cadere nelle mani di spietati sequestratori. Mentre racconta la sua storia, Sulaiman mostra il video girato durante la traversata via mare dalla Turchia alla Grecia. 

58 individui, tutti ammassati su di un gommone sovraccarico che alla fine del filmato a malapena riesce ad arrivare sulle rive dell’isola di Kios. Dal lato umanitario l’instancabile lavoro svolto da UNHCR, Medici Senza Frontiere e dalle organizzazioni non-profit indipendenti, è imponente. Questa è una delle prime crisi umanitarie in cui smartphones, internet e social media hanno giocato e giocano un ruolo 
fondamentale, non solo mantenendo in contatto i rifugiati con i loro famigliari, ma anche organizzando gli aiuti. Decine e decine sono le organizzazioni non governative autogestite che, basate sui social media e finanziate tramite campagne di crowfunding, sono venute qui in Grecia a riempire le falle nell’organizzazione dei soccorsi. 

Molti di coloro che collaborano preferiscono non essere etichettati come volontari, ma piuttosto come semplici cittadini che hanno risposto ad una richiesta d’aiuto che non poteva rimanere inascoltata.“Al momento stiamo ricevendo diverse richieste al giorno, ed oltre 150 persone si sono già registrate per offrire il loro supporto. La flessibilità che dimostrano ed il modo in cui molti di loro riescono a prendere decisioni e responsabilità, come anche a relazionarsi con chi vive nel campo, è semplicemente ammirevole”, come Lorty di Forgotten In Idomeni spiega. 

“Il meglio della mentalità fai-da-te” dice con tono compiaciuto. Infatti, mentre le grandi organizzazioni non governative come UNHCR e MSF nello svolgere i loro compiti possono essere meno flessibili ed essere rallentate dalla burocrazia, le organizzazioni indipendenti non hanno di questi problemi. “Il modo in cui questi ragazzi riescono ad autogestirsi, organizzarsi, prendere iniziative ed essere coinvolti nel lavoro di gruppo, è fantastico. Tuttavia mi preoccupa anche quanto, per il bene delle persone bloccate qui a Idomeni, tutto questo possa durare”, dice Lorty riferendosi allo stress al quale i volontari sono sottoposti giornalmente vivendo a stretto contatto con questa crisi. 

“Quando ripensiamo a quanto intransigenti e non collaborativi gli stati possano essere, e a quanto difficile è questa situazione dal punto di vista dei diritti umani, la cosa può essere piuttosto avvilente”. La buona volontà e lo spirito di iniziativa collettivo sono tuttavia fonte di incoraggiamento e di auto sostentamento per tutti quelli che quotidianamente prestano il loro aiuto nel campo, e almeno su questo lato per ora non ci sono stati particolari problemi.

Non di meno anche la popolazione Greca sta facendo la sua parte in questa crisi che ormai si è estesa a livello nazionale, chiamando in causa la così detta Philotimo, parola e concetto difficilmente traducibile in Italiano. Un marchio che contraddistingue i principi d’onore, fierezza e dovere di una nazione e del suo popolo. Uno spirito d’unione che affonda le sue radici nella Grecia della città-stato e di Socrate. Questo è quello che spinge in modo del tutto naturale i cittadini Greci ad ospitare intere famiglie di migranti nelle loro case e a condividere con loro lo stesso tetto e lo stesso cibo.

Ma per chi vive a Idomeni, la situazione è ben diversa, e sono molti quelli che per sbarcare il lunario si affiliano al mercato nero che è nato nel campo. Come Christopher racconta, questo il suo nuovo nome da quando ha intrapreso la sua odissea, per comprarsi il cibo ha improvvisato una piccola compravendita di sigarette: un pacchetto per 3€, due per 5€. Nel giro di affari che è nato tra le tende si possono trovare frutta, verdura, cibo in scatola e bevande, con prezzi decisamente alti per beni di prima necessità. Lui viene dall’Iraq, da Mosul, e come molti altri è scappato dal controllo dell’ISIS, o Daesh come qui preferiscono chiamarlo per non legittimarlo. Solo un altro incubo, lui dice, dopo il regime di Saddam Hussein prima e il conflitto Iracheno poi, sfociato nella guerra civile che ancora sta martoriando il paese. 

Ma Christopher è arrivato a Idomeni anche per scappare da una società dove non si sentiva più a suo agio e che non accettava il suo stile di vita, cosa per cui si può essere condannati a morte dalle sue parti: “Troppe restrizioni, troppe limitazioni” dice. A Mosul studiava business e management, ma ora il suo sogno è quello di raggiungere la Finlandia, la sua Terra Promessa, e lì stabilirsi e intraprendere la tanto agognata carriera da cestista, “come Michael Jordan” dice sorridendo nel suo inglese 
stentato.

I risultati dell’accordo che l’Europa ha firmato con Ankara saranno disastrosi per tutte queste persone se un’altra soluzione non sarà presto trovata. In questo momento stiamo assistendo all’esodo di un’intera società: dal muratore all’ingegnere, dall’insegnante al medico. La maggior parte di queste persone non è interessata a stabilirsi definitivamente in Europa. L’unica domanda che si pongono è quando la guerra avrà fine, quando sarà possibile per loro tornare nella loro terra natale e nelle loro città, riprendendo la vita che hanno dovuto interrompere e ricominciare con la ricostruzione.

Al momento è evidente che la Turchia da sola non è capace di tenere testa a tutto questo flusso di persone che ancora si riversa dalla Siria, e nel frattempo ricevere anche i migranti rimandati indietro dall’Europa. Lo stesso vale per la Grecia, che paradossalmente non riceve neanche supporto economico dalla Comunità Europea, a dispetto dei 6 milioni di Euro concessi al governo di Erdogan da Bruxelles. Questi sono paesi che stanno già affrontando problematiche interne, come l’ancora attuale crisi economica e la recessione, per non parlare della repressa libertà di espressione in Turchia e l’ormai decennale lotta tra Turchi e Curdi. 

Chiudere le frontiere non è una soluzione, né a breve né a lungo termine, e non potrà migliorare la situazione. Il flusso di rifugiati non si fermerà, cambierà solo il suo percorso, finendo per andare ad alimentare ancora una volta i flussi migratori clandestini e aumentando il numero di persone che già ogni anno arrivano in Europa illegalmente.

Alla luce di questi presupposti viene da chiedersi: dovremmo ancora parlare di quest’Europa come un’unione di nazioni che cooperano tra di loro? Sono questi i paesi, oggi protagonisti di questo stallo politico, gli stessi che hanno firmato la Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali? Nel frattempo Idomeni resta per molti il simbolo di un sogno Europeo infranto, e tra i migranti che continuano a protestare bloccando il transito dei treni comincia a farsi strada l’idea della via Albanese e poi quella Italiana come alternativa alla Balkan route.

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