Ereditano reperti etruschi dai nonni e dopo la segnalazione alla Soprintendenza finiscono sotto processo

I beni erano stati dati agli anziani parenti in cambio di un pasto caldo nella loro osteria quasi un secolo fa. Per oltre tre anni non hanno ricevuto risposta dallo Stato u cosa fare di quegli oggetti. Il giudice dà ragione agli imputati: assolti e beni restituiti

Reperti archeologici affiorati dalle campagne attorno alla città e dati al nonno in cambio di un piatto caldo. Un possesso, mai denunciato all’inizio del secolo scorso, ma testimoniato dalle fotografie di famiglia, dove due ragazzini posano accanto a delle vetrine con quei beni archeologici sui quali lo Stato avrebbe avuto la prelazione, ma che non ha esercitato neppure quando ne è venuto a conoscenza. Per i due fratelli, eredi anche di quei beni, invece, si sono aperte le porte del tribunale per tutta una serie di violazioni di legge sul rinvenimento e il possesso di beni archeologici.

I due imputati, difesi dall’avvocato Michele Capocchi, accusati di aver detenuto per “trarne profitto” il materiale archeologico di proprietà dello Stato, tentando di venderne una parte a una casa d’asta, si difendono e sostengono di aver segnalato più volte alla Soprintendenza e ai Carabinieri di possedere quei beni, ma di non aver mai avuto risposte alle loro istanze. Solo quando hanno deciso di venderli, ad oltre due anni dalla richiesta allo Stato di stabilire se era legittimo il possesso o dovessero entrare nel patrimonio artistico e storico di qualche museo, si sono visti intimare lo stop a qualsiasi azione. Cosa che hanno fatto. Eppure sono finiti sotto processo.

Quei cinquanta pezzi archeologici (oinochoe villanoviano in bucchero; una testa votiva femminile in terracotta; 10 asce in bronzo; una situla e freccia in bronzo; 2 anse in bronzo; 2 unguentari in vetro; 2 statuette votive in bronzo; un anello in bronzo; una collana con elementi in faience)erano venuti in possesso dei due imputati per diritto di successione ereditaria. Loro stessi ricordano di aver visto quegli oggetti nella casa dei nonni e dei genitori da sempre. Molti pezzi erano stati dati ai nonni dai contadini in cambio di un pasto nell’osteria gestita dai parenti. Morti i genitori, quando hanno deciso di ripulire l’abitazione, i due fratelli hanno anche deciso di approfondire la questione e avevano denunciato alla Soprintendenza i reperti. Senza avere risposto.

Passato oltre un anno avevano reiterato la richiesta, portando anche un album fotografico con tutti i pezzi catalogati. Trascorso un altro anno e senza risposta, sulla base del principio del silenzio-assenso, avevano deciso di mettere tutto in vendita. All’improvviso arrivava la lettera della Soprintendenza: non agire senza aver prima dimostrato la legittimità del possesso. I Carabinieri intervenivano e metteva i beni sotto sequestro. Il principio di legge è quello del 1909: tutti i beni archeologici trovati nel sottosuolo italiano sono di proprietà dello Stato. I privati che possiedono tali beni devono dimostrarne il legittimo possesso (come nel caso delle gallerie e collezioni d’arte di antiche famiglie nobili, ad esempio). I due imputati, come sostiene il loro legale “hanno sempre agito in buona fede e nel rispetto della legge” e quei beni, seppur in maniera non dimostrabile con documenti erano in casa loro da quasi un secolo.

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Al termine dell'udienza il giudice ha dato ragione agli imputati assolvendoli con formula piena e dissequestrando i beni archeologici. "I miei clienti adesso si confronteranno con la Soprintendenza - ha detto l'avvocato Capocchi - per valutare il valore dei reperti e l'interesse storico archeologico per lo Stato".

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