Cronaca

Referendum costituzionale, Renzi a Perugia: "Voglio anche i voti della destra"

Il premier apre la campagna elettorale e spara su Movimento 5Stelle, Lega Nord, D'Alema e minoranza Pd

Sì, è un referendum costituzionale, ma alla fine dei conti è campagna elettorale. E il presidente del consiglio Renzi la apre a Perugia, al Capitini, in una sala strapiena e per nulla avara applausi e ovazioni a ogni frase chirurgica del premier. Stilettata o colpo a tutto braccio di clava poco importa. Renzi strappa applausi e ignora la contestazione fuori e dentro la sala. Ne ha per tutti.

Qualche esempio per chiarire. Cominciamo dal fronte del “no” interno al Pd. "D'Alema è un esperto di lotta fratricida in casa. Citofonare Prodi, citofonare Veltroni per sapere di cosa stiamo parlando. Chi guida la coalizione che vota No al referendum costituzionale lo fa perché non è interessato al merito ed è interessato solo alla persona del presidente del Consiglio. Sono loro che personalizzano, non io”. E giù applausi come non ci fosse un domani. Perché l'oggi, alla fine dei conti, è un giorno un po' particolare. “E' il compleanno di Berlusconi e di Bersani, facciamogli gli auguri”, dice Renzi dal palco. “E anche della Cgil, ma non so se Berlusconi ne è al corrente”. E di nuovo applausi e ovazioni.

Ma il popolo del Pd, tranne quel signore che urlava “buffone” al premier (chissà che fine avrà fatto), ha nelle scarpe un sasso particolarmente scomodo: Roma e il suo nuovo sindaco, Virginia Raggi. E il Movimento 5Stelle, ovviamente. Renzi, nel dubbio, non ripone la clava. Prima, mentre spiega la riforma punto per punto, sfotte apertamente Di Maio e la politicamente annosa questione della mail. “Chi vota sì vota per ridurre il numero dei parlamentari e degli sprechi, chi vota no lascia tutto com'è. Non è difficile da capire”. E alla voce che dal pubblico urla “la capisce anche Di Maio”, Renzi risponde con un velenossimo “Ora a Di Maio bisogna mandargli una mail, con posta certificata”. E la diga si apre: “Noi a Di Maio gli vogliamo bene. Erano partiti per cambiare la storia di questo Paese e hanno cambiato la geografia, il Cile, il Venezuela. Ma noi gli vogliamo bene, con affetto”. E ancora: “Mi ha molto colpito che il 5Stelle a Palermo, domenica scorsa, urlasse contro di me l'espressione 'Fuori Renzi dallo Stato'. E' la frase che noi giovani degli anni Novanta urlavamo dopo Falcone e Borsellino dicendo 'Fuori la Mafia dallo Stato'”. Renzi carica: “Voi potete dire 'no' al referendum e noi rispetteremo il volere dei cittadini”. Ma, avverte il premier, “è facile dire sempre no ma quando vai a governare non sei più nel magico mondo del blog, hai a che fare con le vite delle persone”.

E potevano mancare le Olimpiadi e il “gran rifiuto” del Movimento 5Stelle? No, la risposta è no. “E' legittimo che non si facciano le Olimpiadi in Italia, quello che è sconvolgente è fermarle per la paura del malaffare. Il vero politico fa arrestare i ladri, non le opere pubbliche. Migliaia di posti di lavoro buttati dalla finestra. L'Italia stavolta era in pole position, sul serio, e adesso Los Angeles e Parigi brindano da una settimana. Conosco i due sindaci, sono contentissimi. Dicono che useranno i soldi delle Olimpiadi per le periferie di Roma. Ma i soldi delle Olimpiadi vanno a chi ha vinto. Si capisce anche con un sms, non serve una mail, vanno riportati alla ragionevolezza”.

Finita qui? Ma anche no. Renzi ne ha anche per la Lega, “i Globetrotters del rimborso”. Il premier la mette giù così: “Sono i primi a urlare contro Roma Ladrona. Finché non ci arrivano, però. Poi, una volta seduti nelle poltrone, diventato tanto amici di Roma Ladrona. I rimborsi spese, le mutande verdi, le lauree in Albania, i diamanti dalla Tanzania”.

Ma torniamo al referendum. "Non è il congresso del Pd e saranno decisivi i voti della destra perché mentre Pd e centrosinistra avranno una stragrande maggioranza a favore, il centrodestra in modo incomprensibile si è schierato per il No. Un autorevole esponente della minoranza Pd mi ha criticato perché voglio prendere i voti di destra. Sì, forse è per questo che si chiama minoranza, io vorrei chiamarmi maggioranza. Se non prendi il voto degli altri ti chiami minoranza, io voglio essere maggioranza e cambiare le cose”.


In pratica, come sganciare una granata sul Partito Democratico e la sua minoranza interna. E fortuna che era appena ricorso alla clava. Ma è campagna elettorale. Tutto è permesso, anche ammettere di “aver sbagliato sul dibattito sul referendum. Per questo ho deciso di smettere di parlare”. Ad esempio della legge elettorale. “Per me l'Italicum è perfetta, funziona benissimo. Ma sono pronto a fare una discussione vera e anche a cambiarla”. E qui sta il colpo da maestro: “Perché – spiega - la legge elettorale è meno importante del referendum, così come la mia carriera personale è meno importante del referendum”. Il premier e segretario del Pd ha fatto la mossa. Ora qualcuno risponda.

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