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DYNASTY CEMENTO Colaiacovo Vs Colaicovo: "I nipoti non volevano detronizzare Carlo"

Decine di avvocati erano oggi, 12 dicembre, presenti in aula per il processo Colacem che vede come protagonista la famiglia Colaiacovo e quella faida interna ipotizzata dal pm Duchini. Tra i legali degli imputati l'ex Guardasigilli Paola Severino

Un’aula gremita. Quasi non si respira. Seduti in prima fila la famiglia Colaiacovo. Orecchie attente e sguardo fisso verso i loro difensori. Oggi, 12 dicembre, è stato infatti il giorno dell’arringa degli avvocati Nicola Di Mario e Paola Severino. La stessa Severino ad essere stata il primo Guardasigilli donna della storia della Repubblica italiana. Si ripercorre la vicenda, cercando quelle falle nella requisitoria del pubblico ministero, Antonella Duchini, che ha ipotizzato una "faida" interna alla famiglia eugubina per spodestare il patron Carlo e togliergli la guida delle holding più importanti della famiglia.

Parla per due ore, senza sosta, l’avvocato Di Mario. Ma si sa in un processo penale, per quanto la retorica conti, a fare la differenza sono i fatti. Ed è proprio dai fatti che il legale di Giuseppe Colaiacavo, accusato di voler spodestare lo zio, inizia: “I documenti che il Collegio potrà esaminare mettono in discussione quanto detto dal pm, perché sono prove certe dell’innocenza di Giuseppe, Franco, Paola e Francesca Colaiacavo. Non lasciano spazio ad alcun dubbio, perché dopo aver ascoltato con interesse le parole della dottoressa Duchini, ho riesaminato per intero il suo contributo dialettico. In questo caso, infatti, non c’è altra interpretazione se non quella letteraria. Ma andiamo a esaminare questi documenti”.

Ed è qui che entra nel vivo della vicenda il difensore: “Il fatto che qualcuno volesse spodestare Carlo non sta né in cielo né in terra, Paola e Francesca erano completamente disinteressate ad avere qualsiasi impegno all’interno del gruppo, quindi sembra strano, come ha affermato il pm,  che le due  volessero spingere Giuseppe ad andare contro lo zio per prendere in mano il ‘timone della barca’. Il quadro fatto illustrato dalla pubblica accusa è assolutamente contestabile. All’epoca dei fatti (2005, ndr.) tra le famiglie non c'era nessuna rottura, ma piuttosto un aperto dialogo sulla gestione dell'azienda”,

Si susseguono i verbali del consiglio d’amministrazione: “Nel 2005 il cda della Colacem investì Franco Colaiacovo della carica di presidente. E già da questo importantissimo dettaglio si comprende che non vi era alcun astio tra le famiglie e neanche quella conflittualità esasperata. Mi pare infatti strano che dopo questa nomina del 4 ottobre 2005 si possa anche solo ipotizzare una 'faida' familiare. Poi ci sono quei verbali in cui è palese la stessa Francesca difese lo zio Carlo. La stessa Francesca considerata la presunta cospiratrice. Ma il punto non sono solo i verbali, ma è ciò che si evince da essi. Si scopre, infatti, che nella famiglia di cemintieri esisteva un dialogo volto essenzialmente alla crescita imprenditoriale”.

Si vuole smontare il movente. È sempre Nicola Di Mario a dichiarare: “Ma se nel 2006, nonostante le lettere continuassero ad arrivare, come è possibile che i nipoti di Carlo sostenessero a spada tratta lo zio e nel frattempo cospirassero contro di lui? Tutto ciò è surreale. E se proprio vogliamo essere chiari fu proprio Carlo, in una nota scritta a dichiarare: ‘Qualora l'attacco mediatico subito possa portare danno al gruppo Financo mi dimetterò da qualsiasi carica’. E quindi non c'è alcuna richiesta da parte di Franco che faccia presupporre che vuol far allontanare il fratello dalla guida della holding”.

L’intento del legale è quello di dimostrare che nella famiglia non vi fossero tensioni e che, quindi, la teoria del sospetto complotto non possa essere cavalcata. Dopo quell’arringa durata due ore tra date e carte lette e rilette dallo stesso legale. Entra in scena la Severino: “Carlo aveva un’idea individualista e questo è palesato da una lettera di Pino Sbrenna. Ma non è stata la famiglia a mettere in discussione  la figura di Carlo, bensì l’esterno. E cioè il mondo che non apparteneva alle quattro holding.  Ma sono quelle lettere – afferma la Severino – a dare molte più spiegazioni di quanto si pensa. Si parla infatti di dimissioni dalla Cassa di Risparmio di Perugia. Nessuno perciò ha mai minacciato Carlo, in quelle lettere anonime, di doversi dimettere da delle cariche che appartenessero al gruppo Colacem. Ma è sul piano umano che dovremmo analizzare l’intera vicenda, perché questa persone sono state considerate come delle serpi arriviste che volevano a tutti costi spodestare lo zio. Quando nella realtà dei fatti non è stato così”.

Annuisce Paola Colaiacovo, guardando la Severino e concordando su ogni parola. La sentenza arriverà con data quasi certa il 10 gennaio e solo allora si scoprirà se quella dynasty del cemento, come ha ipotizzato la Duchini, aveva veramente intensione di strappare lo scettro a Carlo Colaiacovo.

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