Sito web fantasma, false assunzioni e computer pagati a peso d'oro, truffa da 30mila euro a danno di Regione e Ministero

Soldi pubblici utilizzati per altri scopi, la stangata della Corte dei conti per due società e un amministratore

La Corte dei conti ha condannato il legale rappresentate di un’azienda, e due società, per aver intascato fondi pubblici regionali e del Ministero dello sviluppo economico per la realizzazione di un sito web (fantasma), l’acquisto di computer (pagandoli il doppio del prezzo di mercato) e per false assunzioni al fine di far risultare attive le due società stesse.

La Procura regionale aveva chiesto la condanna delle due società e del rappresentante legale di una di esse per aver usufruito di fondi regionali per 26.720 e di 9.308,59 euro dal Ministero. Secondo la Guardia di finanza il contributo sarebbe servito “per la realizzazione di un sito web e l’acquisto di una centrale telefonica e di 4 server”, ma nel corso delle verifiche “sarebbero emerse falsità: deve ritenersi che la società fornitrice non consegnò i beni indicati nel progetto approvato dalla Regione e, comunque, che la fornitura effettiva aveva un valore di mercato notevolmente inferiore a quanto indicato come corrispettivo nella fattura poi prodotta alla Regione Umbria”.

Dagli accertamenti “sarebbero risultate falsità dichiarative nella modulistica inviata al Mise relative al costo del personale utilizzato per lo svolgimento del programma”. Sentita dai finanzieri una delle dipendenti ha “disconosciuto la firma che sembrerebbe a lei riferibile nelle schede del personale e ha escluso di aver lavorato al programma ..., con dichiarazioni genuine e credibili, che consentono di escludere che anche le altre persone indicate nelle stesse schede abbiano collaborato alla realizzazione del programma di ricerca finanziato dal MISE”. Le due società, inoltre, risultavano “estinte per scissione totale”.

Secondo i giudici contabili ci si trova di fronte ad un illecito contabile e doloso che ha provocato un “danno alla finanza pubblica dipendente dal mancato rispetto del programma finanziato da parte dei soggetti privati percettori” di finanziamenti “finalizzati, ovverosia a destinazione specifica, attraverso la violazione ed elusione di quest’ultima (attraverso la mancata realizzazione della finalità programmata)”. Nel caso specifico la “Guardia di finanza ha dettagliatamente ricostruito la complessa fattispecie dannosa evidenziando le falsità commesse nell’acquisto dei beni e servizi finanziari, nonché nelle prestazioni di lavoro rendicontate ai fini del progetto finanziato. I contributi finanziari percepiti non sono stati quindi destinati all’attività programmata”. Da qui la condanna al pagamento di 26.720 euro a favore della Regione Umbria e 9.308,59 euro a favore del Mise, oltre alle spese di giudizio di 323,72 euro.

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